Rinegoziare Osimo? Perche’ no?

Ha destato un certo scalpore la pubblicazione sul Piccolo (24 gennaio 2026) di un intervento dell’ex sindaco di Trieste Giulio Staffieri relativo ad una possibile richiesta di “rinegoziare” o “dichiarare unilateralmente decaduto” il trattato di Osimo che negli anni 70 aveva chiuso ogni contenzioso sui confini tra lo stato Italiano e la federazione Jugoslava.
Una interpretazione maliziosa dell’intervento ricollega la proposta allo “spirito di Trump” che ormai contagia l’intero globo e quindi permette a chiunque disponga di relativa forza di proclamare le proprie richieste, sia per vendicare passati torti sia per esprimere necessità del proprio stato nelle alterne vicende della contemporaneità. Dallo scritto di Staffieri molti hanno letto: è l’ora di riprenderci l’Istria (forse anche Fiume e la Dalmazia) al grido di “se non ora quando?”.
Franco Belci in un intervento su Facebook al proposito se la prende con il quotidiano e lo invita a “non essere compartecipe del ridicolo”.
Conosco ed ho simpatia per “Aquila Selvaggia” che, come molti triestini, sa agevolmente gestire il paradosso e mi sono posto la domanda se non sia il caso di ricavare qualcosa di utile dal suo intervento di sostanziale “revisione dei confini”; argomento che da qualche tempo mi interessa particolarmente nelle sue implicazioni geografico-ambientali peraltro ben distinte dalle vecchie diatribe sulle sovranità statali e nazionali.
La stessa lettura dei giornali di oggi mi conforta nel capire che quello dei confini è un argomento di piena attualità: a Gorizia si parla di città unita con Nova Gorica, a Monfalcone si da il via libera all’adesione al GECT (Gruppo Europeo di cooperazione territoriale) del Carso, nel pordenonese e nel portogruarese si parla di un nuovo rapporto tra comuni del veneto orientale e la stessa Regione Friuli-Venezia Giulia. In nessuno di tali casi si parla di forza da esercitare ma di modelli istituzionali e promozionali più adeguati per affrontare le questioni sul tappeto.
Ed allora perché non prendere sul serio la possibilità di “andare oltre Osimo”, cioè il congelamento e la codificazione di confini (che, per inciso, neanche la stessa Unione Europea riesce talvolta a far scomparire come la sospensione di Schengen insegna), con iniziative che abbiano contemporaneamente la possibilità di chiudere il passato ed aprire serie prospettive per il futuro?
Due semplici proposte. La prima è ormai nelle cose di ogni giorno ed è praticata in un numero crescente di occasioni: la sanzione dell’esistenza di uno spazio istituzionale che ricostituisca a livello trans statale la storica Contea di Gorizia nelle sue aree di competenza del corso dell’Isonzo, del Collio e del Carso. Dotare questo spazio geografico di strutture amministrative comuni non credo costituisca un enorme problema.
La seconda appare forse più difficile ma è qualcosa su cui varrebbe la pena di farci un pensierino. Così come Nova Gorica è stata realizzata come copia necessaria di Gorizia, altrettanto è successo a Capodistria nei confronti di Trieste e del suo porto. Qui siamo ancora nella logica della concorrenza a cui mi sembrerebbe sensato rispondere con quella della integrazione. Così come si possono interpretare i rapporti tra la stessa Trieste e l’area istriana. Il trattato di Osimo sembrerebbe aver chiuso le vecchie vicende del TLT con le sue ripartizioni in zona A e in zona B. E allora perché non riprendere la stessa prospettiva prima accennata per il ritorno alla Contea di Gorizia con una nuova “territorialità” di livello trans statale che riunifichi almeno le vecchie geografie A e B dell’enigmatico TLT in una nuova unità di diritto amministrativo?
Anche la rinegoziazione di Osimo può avere risultati ben più importanti dei concerti di pace o delle rievocazioni di tutti i drammi che hanno turbato le popolazioni questo nord est-ovest.
Se poi volessimo assecondare le missioni di Markus Marmair nel Veneto Orientale, perché non approfittare delle nuove competenze regionali in materia di “aree vaste” per costruire una “quasi provincia trans regionale” di diritto semi speciale che, a cavaliere tra Veneto e Friuli inquadri in una logica unitaria il bacino del Livenza?

Giorgio Cavallo