Sempre di più gli orfani della matita. Gioire per le vittorie va bene ma…. con moderazione “in percentuale”
Bisogna fare sempre attenzione a non dare valenza generale alle elezioni amministrative, il passato ci insegna che, pur essendo ottima cartina di tornasole per evidenziare le tendenze, sono troppe le varianti locali per pensare che il voto sia davvero indicativo del rapporto generale dei cittadini con i singoli partiti, senza contare che valutare sulle percentuali dei votanti quando a prendere la matita sono stati meno del 50% degli aventi diritto rischia di essere una falsa vittoria e generare aspettative destinate ad essere cocenti delusioni. Detto questo, è evidente che quando sono chiamati al voto milioni di persone, non solo c’è chi ha vinto e chi ha perso, ma emergono alcune indicazioni che la politica non dovrebbe sottovalutare. Per questo il dato più significativo non è che si sono spostati gli equilibri, ma che molti voti “populisti” (e non solo loro), si sono trasformati in astensione. Una tendenza questa da non sottovalutare, la disaffezione degli elettori dalle urne potrebbe falsare qualsiasi futura previsione e quello che è peggio diventare benzina per tensioni sociali possenti e difficilmente controllabili che, alla fine, giocano a favore dei fautori di “ordine e sicurezza” intesi come limitazioni dei diritti, del pensiero e della libertà. Questo è evidente, oggi più che mai, visto che il dato del “non voto” è il più rivelante e che le urne, semivuote, da elettorali potrebbero diventare “funerarie” per la democrazia. Meglio tenere ben presente che l’allergia al voto colpisce l’elettorato delle forze politiche non sufficientemente strutturate e che basano la loro esistenza sull’utilizzo di parole d’ordine di forte impatto populista, ma che possono facilmente svaporare perché molto legate a fatti transitori e umorali. Si potrebbe dire, dopo l’ubriacatura dell’uno vale uno, del taglio della rappresentanza parlamentare, che potremmo essere al riscatto dei partiti tradizionali, considerati da molti un vecchio strumento obsoleto. C’è la speranza che i partiti del centrosinistra possano tornare a dimostrarsi l’unica realtà in grado di compattare forze è programmi con razionalità ed efficacia, spinti magari dall’azione tematica territoriale di comitati di cittadini che si mobilitano su singoli temi ma che ascoltati potrebbero fare la differenza. Se a sinistra si è acceso il lume della speranza, nel centrodestra è Fratelli d’Italia che sembra aver perso la forza propulsiva di essere catalizzatore dell’intera destra. Certamente questa tornata elettorale vede il Pd di Elly Schlein confermarsi, se pur di misura, primo partito italiano. Ma è vittoria di Pirro, perché è ovvio che tutte le persone che hanno a cuore la democrazia non possono non guardare con preoccupazione ai dati relativi al declino della partecipazione elettorale, basti pensare che alle prime elezioni repubblicane per la Camera dei Deputati partecipò al voto oltre il 92% della popolazione. Alle elezioni del 2018 nemmeno il 73%. Alle elezioni europee del 2019 andarono alle urne meno del 55% degli elettori e oggi, anche se il dato è territorialmente parziale, che si fletta sotto al 50% è una vera e propria debacle del sistema. Anche se qualcuno in maniera miope pensa che l’importante non è la grandezza della torta elettorale, ma che questa esista per dare comunque il potere a qualcuno, diventare sindaco, presidente di Regione o premier, rappresentando in realtà una sempre più esigua parte dei cittadini, non è presupposto di nulla di buono. Si può affermare che è anticamera di un futuro nefasto, un ritorno al passato remoto, reso palese dalle affermazioni sfacciate di rappresentare tutto il popolo….. e quindi di essere essi stessi la “nazione”, magari occupando in maniera familistica ogni posto, riscrivendo regole e storia e soprattutto rappresentando solo il proprio clan amicale. Occhio perché scivolare nella democratura è … un attimo.
Fabio Folisi




