Siamo parte del mondo

Il rapporto presentato dall’Organizzazione mondiale delle migrazioni del 2024, calcola in 281 milioni i migranti a livello globale, a cui si devono aggiungere 117 milioni di persone in movimento per sfuggire a guerre o persecuzioni o carestie. Totale, 398 milioni di persone. Cinquanta milioni più dell’intera popolazione degli Stati Uniti, cinquanta milioni in meno dell’intera Unione Europea. Rende bene l’idea un altro numero: dal 2000 al 2022, le rimesse dei migranti ossia i soldi che mandano a casa, sono passati da 128 a 831 miliardi di dollari. Sono più i soldi che i migranti
spediscono che quelli che la comunità mondiale investono in cooperazione per incrementare il prodotto interno lordo dei paesi in via di sviluppo. Migrare è una attività umana diventata costante, per necessità o per possibilità. Qualche giorno fa, la Confcommercio ha presentato una ricerca che quantifica in 258 mila i lavoratori che nel 2025 alberghi, ristoranti e negozi cercheranno e non troveranno. Mancheranno macellai, gastronomi, addetti al pesce, gelatai, barman, cuochi, pizzaioli, camerieri di sala, addetti alle pulizie, commessi dell’abbigliamento, supermercati. E poi sono i servizi: badanti e infermieri, innanzitutto, ovvero chi si occupa di noi vecchi in una società vecchia. Non parlo di settori come l’agricoltura, l’edilizia, l’industria. La causa principale è nel calo demografico. Dal 1982 ad oggi, l’Italia ha perso 4,8 milioni di giovani dai 14 ai 39 anni. Il tasso di fertilità è al 1.24 lontano dal 2.1 che è il tasso di sostituzione sotto la quale inizia il calo demografico. Non siamo naufraghi solitari, siamo in compagnia con tutta l’Europa. Solo un esempio: alla Germania con un tasso di fertilità al 1.46, “per garantire la stabilità economica e sociale” servono 400 mila immigrati ogni anno, per almeno dieci anni. La globalizzazione non ha aperto e rimpicciolito il mondo solo alle merci, ma anche alle persone. Chiamare tutto questo emergenza, significa non aver compreso che non finirà. Significa non aver in animo di prendere contromisure ponderate e solide. Dopo decenni di migrazioni e diventato un fenomeno strutturale. E cosi strutturale che ormai non vogliamo i migranti ma ne abbiamo un disperato bisogno. In questi casi si fanno le distinzioni fra l’immigrazione clandestina e quella regolare,
pianificata proprio per trovare forza lavoro, quelli che pagano le tasse fino all’ultimo centesimo. Tutti regolari quelli cercati e arrivati a Monfalcone che fanno i lavori pesanti, pericolosi e nocivi per costruire le barche meravigliose. Fatti arrivare senza prevedere l’informazione, che esistono le leggi fatte dalle persone, che la religione non coincide con lo Stato e che lo Stato è laico. Senza prevedere corsi di lingua, di conoscenza dei diritti e dei doveri, del loro rispetto. Senza insegnare che le libertà insieme ai comportamenti, alle regole di buon senso vanno coltivate e curate per
non perderle. Monfalcone è cresciuta come specchio del mondo, tutti i lavoratori si sono sentiti a casa propria. Come ricordato dal nostro Presidente della Repubblica Mattarella: la diversità è ricchezza, nessuno è straniero. Dall’America alla Germania, all’Italia, e in atto la remigrazione, un delirio della destra per prendere voti. In prossimità delle elezioni tutto diventa emergenza, e le emergenze ammettono soluzioni eccezionali: remigrazioni, rastrellamenti, catene, o almeno spietatezza per sollecitare gli elettori. Non è altro che la risposta sbrigativa alla sostituzione etnica,
cioè l’espulsione degli stranieri regolari o irregolari di prima o seconda o terza generazione, poi chiunque non abbia le credenziali sanguigne per restare. In questo disegno verranno mandati a casa anche milioni di italiani. Chiaro. Con il mandato ricevuto, quindi, la destra sostiene un disegno oscurantista, pericoloso che minaccia i valori e la storia della città, propone una Monfalcone alle origini, di soli “bisiachi” puri. Nei giorni scorsi, il 9 febbraio, Milena Gabanelli, ha presentato il lavoro di analisi sulle previsioni dell’Onu sulla popolazione mondiale da qui a fine secolo. Diventa
una cornice che ci aiuta a capire meglio: attualmente siamo 8 miliardi e 200 milioni. Nel 2080 raggiungeremo il picco a 10miliardi e 300 milioni. Poi comincerà la discesa, che nel frattempo è già iniziata in alcune parti del mondo: in Europa come sappiamo, ma anche in Cina dove il tasso di fertilità è al 1.18. Il Sud America l’inversione arriverà nel 2050 e l’India nel 2060. Se la popolazione aumenterà di 2 miliardi, lo si dovrà essenzialmente all’Africa che a fine secolo arriverà a 3 miliardi e 300 milioni. Questo processo in atto non si può fermare, insomma, il bello deve ancora da venire. Il mio pensiero va a livello locale, dove i fenomeni politici, ciechi, pensano di fermare il mondo con una decina di portoni, immaginando una futura città murata, quella più a nord del mar Mediterraneo. Nel processo epocale in atto, spandono scemenze, inventano continui complotti, indicano il nemico visibile nel lavoratore, offrono soluzioni magiche. Le conseguenze di isolamento si pagano già, nell’industria, nel commercio, nella sanità, nella qualità della vita. Un conflitto permanente, invece di rafforzare la cooperazione, di impegnarsi in piani e progetti e
politica. Da dove ripartire? sicuramente dall’applicazione della Costituzione, dai valori, a partire dalla “dignità” delle persone, una a una, come punto non negoziabile. Dalla “cittadinanza” l’essere, uno per uno, cittadini coscienti dei propri diritti, dei propri doveri e dei diritti e doveri altrui. Questo dice ad ognuno di noi che il destino è nelle nostre mani.
Luigino Francovig