Sulla via di Raqqa

Era ormai da molto tempo che non tornavo da queste parti e confesso che l’idea di venire a Raqqa mi eccitava non poco. Questa citta’ simbolo, il mio primo impatto vero con la realta’ di questa guerra che dura da ormai troppo tempo e che non accenna a terminare, risalgono ormai a piu’ di tre anni fa. Quei primi ricordi che mi legano a questo disastro e alla distruzione che l’umana follia ha causato a questo paese soprattutto in alcune zone; tra queste in particolare, appunto, Raqqa.
Era appena iniziato il 2018 e la citta’ era da poco, qualche mese, stata liberata da quell’assurda orda di fanatici che aveva ridotto buona parte dei cittadini in una specie di schiavitu’, rendendoli succubi di regole disumane che se non rispettate prevedevano l’immediata pubblica punizione. Spesso la pena capitale. Le esecuzioni avvenivano preferibilmente in spazi ampi e a cui il pubblico era caldamente invitato a partecipare, in modo che il messaggio fosse chiaro e per evitare guai. L’enorme rotonda di Alnaeim, lo stadio, erano luoghi preferiti in cui si esercitavano questi macabri riti e in cui le teste mozzate dei poveracci colpevoli di chissa’ quale misfatto, venivano infilzate nei palette acuminati della recinzione che rinchiudeva il giardinetto all’interno della rotonda.
La citta’ all’epoca pareva un’enorme discarica da cui spuntavano gli scheletri delle case e dei palazzi collassati su se‘ stessi; abitazioni che i barboni dell’Isis si erano presi come alloggi e che erano state abbandonate dai cittadini in fuga da quelle barbarie. E che l’aviazione della coalizione aveva in seguito sistematicamente bombardato dall’alto riducendole in briciole.
Poi, a distanza di qualche mese, Raqqa aveva cominciato a rivivere, a stento e pagando un alto prezzo in termini di vittime delle esplosioni causate dalle innumerevoli trappole che Daesh (Isis per gli arabi) in ritirata aveva disseminato un po’ ovunque. Ma si ripartiva in qualche modo, occupando i piani piu’ bassi delle abitazioni, quelli che avevano retto il peso delle strutture che si erano sgretolate al di sopra. Piccole attivita’ che riprendevano e attiravano a loro volta la gente che rientrava ricreando la vita in una parvenza di normalita’.
Le strade venivano pulite, si recuperavano i materiali rimossi in modo grossolano, giusto per riaprire quel minimo di viabilita’, stando sempre attenti a non saltare in aria. La gente selezionava quello che ancora poteva risultare utile; a parte suppellettili e qualche mobile piu’ o meno intatto, anche il ferro che armava il cemento veniva estratto dalle macerie per poter essere riutilizzato. Anche li’, col rischio ovvio che queste operazioni richiedevano.
Ora e a primo acchitto, il panorama appare quasi irriconoscibile. Non si entra piu’ da nord come in precedenza, perche’ nel frattempo anche la viabilita’ nella regione del NES (North East Syria) e’ cambiata; lo snodo strategico di Tel Tamer su una delle arterie principali della Siria, la M4, e’ troppo pericoloso. L’invasione turca dell’Ottobre 2019, chiamata “Operartion Peace Spring”, e’ arrivata fino a quella cittadina e i combattimenti tra i gruppi alleati dei turchi SNA (raggruppati piu’ o meno nel Syrian National Army) e l’SDF (Syrian Democratic Forces) prevalentemtente kurdi, sono quotidianamente in corso, pur mantenendo un profilo di bassa intensita’. Dunque, si gira al largo e seguendo una strada alternativa, si entra in citta’ da est.
Di cumuli di rovinacci e resti ammucchiati di palazzi, non se ne vedono molti, certo sono parecchi gli spazi aperti che rappresentano cio’ che rimane di vecchie abitazioni, ma sono anche tante le costruzioni che sono state in qualche modo riparate. Dove prima c’erano solo gli scheletri di queste palazzine, ora si notano colonne e travi di cemento nuovi che hanno sostituito quelli malridotti che c’erano in precedenza. Con quanta cura i lavori siano stati eseguiti, rimane un mistero; ad occhio direi che prima dell’intervento non siano stati fatti eccessivi calcoli strutturali tali da garantirne la tenuta. Comunque sia, i blocchi stanno rimpiazzando i buchi lasciati dal crollo delle pareti o dalle cannonate e le costruzioni recuperano una loro forma. Pare una specie di puzzle in cui le caselle nuove si inseriscono tra quelle vecchie che, rimaste in piedi, danno una forma definita all’abitazione. Parecchie gru bucano il cielo azzurro di questa stagione e danno sfoggio della loro potenza ricostruttiva.
Molti negozi in cui si trova praticamente di tutto sono aperti e nonostante le limitazioni imposte dal covid che in teoria dovrebbe limitarne gli orari di lavoro. Limitazioni che prevederebbero anche multe nei confronti di chi trasgredisce alle imposizioni che obbligherebbero l’uso della mascherina. Si sa che tra il dire e il fare…. Insomma, parecchia gente ora abita di nuovo a Raqqa.
Non esattamente tutti sono coloro che se ne erano andati durante i tempi bui. Molti sono quelli che hanno perso tutto o che hanno preferito cercare di trovarsi un’alternativa di vita da un’altra parte. Altrettanti sono quelli che invece sono arrivati in citta’ da altri luoghi in cui la sicurezza e’ meno garantita. Certamente qualcuno di questi ci e’ arrivato (o e’ rimasto) con una certa quantita’ di grana in tasca; si costruisce parecchio e visto che non si tratta di investimenti pubblici, qualcuno durante la guerra qualche affare deve averlo fatto..
Nelle strade e presso le bancarelle che vendono frutta e verdure, le donne sono in maggioranza vestite col niqab che lascia intravedere solo gli occhi, poche quelle con il viso scoperto ma regolarmente velate col hijab; segno che il processo di cosiddetta democratizzazione qui non ha certo attecchito. I vari clan, le famiglie spesso riunite in una sorta di consorzio, lottano tra di loro per la conquista della fetta di potere che rivendicano, senza risparmiarsi qualche scarica di Kalashnikov, arma che sa adattarsi a qualsiasi situazione. L’amministrazione autonoma del NES e il governo di Damasco cercano di ingraziarsi il loro appoggio, determinante per la gestione di questa parte della regione.
Un continuo transito di taxi rimessi in sesto un po’ alla meglio cerca clienti disposti a pagare pochi pounds per rischiare di rimanere a piedi a poca distanza a causa della perdita di qualche pezzo della vettura che potrebbe staccarsi se non alla prima, ma ad una successiva buca. Se pero’ tutto va bene ci si risparmia una bella sfacchianta; la citta’ si espande in un territorio vasto.

L’impressione e’ che anche la presenza di noi occidentali, in particolare gli statunitensi, non sia poi cosi’ gradita se non da chi con noi fa affari. La gente ha buona memoria e buona parte della distruzione della citta’ e’ stata provocata dai bombardamenti degli aerei a stelle e strisce.
Le scuole pubbliche sarebbero teoricamente aperte, ma generalmente quelle che lo sono hanno carenza cronica di insegnanti e dunque se uno vuole che i ragazzini possano essere scolarizzati, li devono mandare alle scuole private. Lavoro pare che ce ne sia, sembra che molte persone siano arrivate in quanto le opportunita’ di un qualche impiego qui sono maggiori che altrove. Certo, i meccanismi di assunzione rimangono precari; nei marciapiedi e nelle rotonde, sono parecchi coloro che seduti aspettano che qualcuni li chiami per un lavoro al massimo di qualche giorno, ma generalmente giornaliero. Un badile, un piccone o un qualsiasi attrezzo garantisce al datore di lavoro che il convocato sia indipendente anche dal punto di vista dei ferri del mestiere. La paga…. lasciamo stare; una giornata di lavoro viene pagata con un paio di decine di migliaia di Syrian Pound, ad occhio l’equivalente di 5/6 dollari o poco piu’. Probabilmente esagerando.
Il covid, si diceva; contagi in aumento vertiginoso nelle ultime settimane con il conteggio dei casi nel migliore dei casi, approssimativo. Alcuni sostengono che per ogni caso conclamato ce ne possano essere 4 di reali. I tamponi sono praticamente esauriti e quei pochissimi ancora rimasti sono tenuti per le reali emergenze. Le strutture idonee al ricovero degli infetti del virus sono pochissime e naturalmente ormai quasi indisponibili. Ammalarsi qui puo’ diventare veramente complicato. Stiamo parlando sempre di strutture pubbliche, la situazione in quelle private probabilmente e’ migliore, ma avere disponibilita’ per pagarle non e’ certo automatico.
Nonostante tutto la vita continua, i negozietti, i mercati, alcuni supermercati davvero insospettabilmente forniti sono aperti. In alcuni rari casi, si trova addirittura la pasta italiana, altri piu’ anonimi hanno la birra; da queste parti davvero non e’ scontato di trovarla.
Ecco, in sintesi e tra un raro botto e l’altro, quasi a ricordarci che i regolamenti di conti non sono affatto terminati, ma al massimo hanno cambiato modalita’, cosi’ la gente tira a campare. In attesa di capire quali altre sorprese riservera’ il futuro.
Bentornati a Raqqa.

Docbrino
P.S. mi crea sempre un certo imbarazzo andarmene in giro in mezzo alla gente a scattare foto. Dunque chiedo venia per la pochezza delle immagini.