Trasformazioni urbane che fanno discutere. dal porto vecchio alla Udine del 2050. In attesa del recovery.

 

Un po’ l’agitazione per le prossime elezioni, un po’ il luccichio del Recovery Fund, stanno stimolando le città della Regione a mettere in campo discussioni più o meno lucide sul proprio futuro. Sindaci alla ricerca di riconferme, opposizioni che vedono aprirsi qualche filo di speranza, quotidiani che diversificano pagine rispetto ai dolori della pandemia, stanno stimolando una agitazione digitale di firme, dichiarazioni, micro manifestazioni. Tutto sommato un risveglio della democrazia che non può dispiacere.
A Udine il casus belli non è la visione della città per il 2050 , data in affidamento al sindaco Fontanini da settori dell’Università, ma il risveglio del “rudere” della ex fabbrica Dormisch. A Gorizia il senso unico di Corso Italia fa il paio con il futuro destino del mercato coperto. A Monfalcone la trasformazione a metano della centrale elettrica A2A, in attesa di “Godot” Idrogeno, mette in difficoltà schieramenti politici e sociali. Se poi a Pordenone sembra ci si agiti un po’ meno, a Trieste domina il futuro di Porto Vecchio che, in termini di trasformazione urbana, surclassa attualmente ogni altra vicenda.
Nel caso di Trieste è emersa da parte del candidato sindaco Francesco Russo la richiesta di allungare lo sguardo dall’area in discussione alle dinamiche dell’intera città: definire una strategia generale allo stesso modo in cui si è operato in esemplari casi di studio di recupero urbano da Londra e Milano. Dipiazza ha risposto “già fatto” ma l’impressione che in quella importante area si cerchi di mettere quel che capita rimane.
Le proposte che viaggiano negli altri centri sembrano in genere di minore peso, nell’immediato solo il destino della centrale A2A di Monfalcone è legato a interpretazioni di futuro tecnologico di ampio respiro, ma fanno comunque sorgere una domanda.

Quale strategia per Trieste. Ha senso pensare ad un piano strategico per Trieste, così come dovrebbe essere per tutti gli altri capoluoghi urbani, magari con l’occhio rivolto al 2050, ritenendo che basti guardare il proprio ombelico per individuarne le caratteristiche, o piuttosto che non sia il caso di farlo pensando perlomeno alle dinamiche dell’intera Regione Friuli-Venezia Giulia?
La domanda parte proprio da Trieste. E’ ritornata la centralità del porto che tuttavia non nasce da una volontà e logica superiore, come nel caso asburgico, ma da una buona situazione attuale di governance che è in grado di far fruttare alcuni elementi positivi ed a gestire la concorrenza: in primis il rilancio della rotta Mediterranea dal Far East grazie al Canale di Suez e la centralità di posizione rispetto al trading turco-tedesco.
Non si tratta di dati secondari ma da seguire attentamente per un futuro dove non tutte situazioni sono per sempre. Cito due elementi di massima. Non sappiamo se la rotta “artica” avrà una gloriosa crescita grazie al cambiamento climatico ma sappiamo che al 2050 l’UE vuole ridurre a zero le emissioni di CO2 eliminando i combustibili che le producono: con ciò rendendo inutile il terminal di Muggia con le sue 50 milioni di tonnellate di traffico che attualmente forniscono di petrolio il mercato tedesco e centro europeo. Allo stesso modo non può essere dato per scontato il parternariato logistico con la Turchia viste le mire geo politiche di quello stato e le reazioni che possono implicare.
Non c’è solo il porto nel futuro di Trieste. C’è il turismo, anche di massa probabilmente, e c’è una qualificazione di città della scienza da sfruttare. Nell’insieme si tratta di potenzialità in cui gioca fortemente una volontà esterna di perseguire determinati obiettivi. Non per nulla l’attenzione ai fondi della Next Generation UE è massima. Ma oggettivamente non può esserci più l’esclusività dei rapporti con una Vienna come ai bei tempi.
Da qui la mia convinzione che Trieste non può giocare in splendida solitudine le sue carte fidando su “momentanee” attenzioni e presenze politiche. Né vale la logica di Trieste come “buona bottega” che funziona bene con i suoi clienti e viene preferita ai concorrenti. Le strade ferrate che portano al nord passano per Tarvisio ma non sono le uniche e nel nord Adriatico i concorrenti non mancano.
Certo serve un Piano a medio-lungo termine come quello richiesto da Russo, ma non può fare a meno di inquadrarsi in una prospettiva regionale e nel sistema di relazioni che il quadro regionale può produrre in una dimensione transnazionale. Per Trieste quindi c’è bisogno di una visione globale regionale, non mirata unicamente alle strutture di servizio alla portualità, nonché un accordo di carattere anche geo politico con Austria e Slovenia (e possibilmente Croazia) che identifichi un ruolo coerente del sistema Alpe Adria nel “nuovo” quadro europeo. La specialità del F-VG non sembra dare molti margini, e il nazionalismo dei nostri vicini non aiuta, ma l’inerzia politica in questa direzione è un atto di autolesionismo.

Collocare nel futuro città e territori dell’intera Regione.
La necessità di uno sguardo lungo vale anche per ogni altra trasformazione sia urbana che diffusa nel territorio. La Centrale di Monfalcone, il mercato alimentare di Gorizia, la riorganizzazione del nodo ferroviario di Udine, il retro-porto logistico di Pordenone, non sono opere singole ma appartengono a infrastrutturazioni legate a relazioni esterne alle stesse città. La pianificazione (di qualsiasi tipo) non è più di moda ma è evidente che non si può fare a meno di inquadrare le scelte in strategie non “cotte” al momento ma risultato di un vero dibattito sociale e politico. Della cosa ci stiamo accorgendo proprio a proposito della generosità dell’UE negli anni della pandemia.
Lo striminzito dibattito italiano e regionale su “Next Generation UE” non ha minimamente sfiorato le potenzialità “cross border” dell’area: ogni stato-nazione si accontenta di ballare con sua zia. Ma l’economia “verde e blu” potrebbe trovare spinte notevoli da queste parti dove il verde non manca e il blu non significa solo digitale ma anche la risorsa Mare Adriatico nella sua proiezione nord. Magari qualche “player” globale saprà trarne singoli vantaggi ma nella più gelosa clandestinità.
Quanto detto per i centri urbani vale per tutta la geografia che ci interessa. Gli eco-territori di Friuli, Slovenia e Carinzia possono diventare quel “cuore verde d’Europa” che rappresenti non solo lo slogan turistico della Slovenia, ma uno “spazio di sostenibilità” anche socio-economico dove la rete urbana di Udine-Pordenone, Klagenfurt-Villaco, Lubiana-Maribor, faccia da riferimento a maglie rurali, montane alpine, e di cittadine diffuse in grado di esprimere una identità territoriale aperta su una post modernità. Continuare a celebrare le ferite e le malattie del 900 ben oltre la necessaria metodologia storica non fa bene a nessuno. C’è una prossima occasione che non va sprecata proprio nelle sue potenzialità di indicazioni strategiche e geo politiche. Vivere in questa direzione l’attribuzione a Nova Gorica-Gorizia del ruolo di “Città Europea della Cultura 2025” potrebbe essere un ottimo segnale.

Giorgio Cavallo