Va bene investire nelle infrastrutture. ma quanto? dove? e quali infrastrutture?

Nel libro “Una grande spinta” (di S. Fabbro, E. Paviotti e D. Tranquilli; “Cantiere Friuli” dell’Università di Udine; Editrice Forum, 2019), al fine di contrastare gli effetti devastanti, sul territorio friulano, di dieci anni di crisi (il Friuli ha perso, in termini di produzione di reddito -Valore Aggiunto-, più della media italiana: -8,5% contro il – 5,7%, ma la provincia di Udine ha perso tre volte tanto la media italiana: -16% contro il – 5,7%) si propone un massiccio piano di investimenti (per almeno 5 md di euro), pubblici e privati, a medio termine (5-7 anni) nell’edilizia dell’adeguamento antisismico e della riqualificazione energetica degli edifici. Perché nell’edilizia? Perché, centomila cantieri, “spinti” dalla leva pubblica, possono creare, nell’intera filiera delle costruzioni -che è la più reattiva, la più ampia e ramificata e con il più alto moltiplicatore economico-, migliaia di posti di lavoro qualificati. Ma possono cambiare anche le strutture dell’abitare dell’intero territorio, il suo modello di sicurezza, quello energetico ed anche il suo volto fisico. Possiamo pensare, questo piano, più o meno integrato con altri interventi, più o meno costoso, più o meno capillare e diffuso, più o meno distribuito nel tempo. Ma crediamo che, dopo i disastri di dieci anni di crisi e i disastri climatici (già patiti o preventivabili) un piano di investimenti simile non abbia alternative!
Nel libro non si parla mai di “infrastrutture” perché, a usare questo termine, il pensiero dei più corre subito alle grandi infrastrutture viarie che, oggi, non paiono più una priorità strutturale. Sono, invece, i centomila cantieri della “grande spinta” che devono realizzare la grande e nuova “infrastruttura capillare” per il territorio di domani. Vediamo perché e come. Il sistema insediativo regionale è fatto di due strati principali. Uno è stato realizzato negli ultimi 70 anni ed è pari, in termini di occupazione di suolo, a metà circa di tutto il sistema. E’ fatto di edilizia residenziale, commerciale, per servizi, industriale, turistica, militare più le autostrade, buona parte delle strade principali e altre infrastrutture legate al trasporto stradale e su gomma, centrali e centraline, elettrodotti ecc.. L’altro strato (l’altra metà di suolo urbanizzato) è fatto di piccoli borghi e centri urbani, castelli, chiese e ville, opere idrauliche, strade locali, centrali, stazioni e ferrovie, opere militari storiche, opifici isolati, cimiteri ecc.. Ed è stato realizzato, se si escludono siti e monumenti più antichi, in larga parte nel corso dei 7-8 secoli precedenti (dati Moland FVG, 2000). Ma la vera notizia è che lo strato più recente, dell’intero patrimonio insediativo, è, paradossalmente, quello più obsoleto e superato. Ciò non significa che non sia usato o che non sarà usato ancora per molti anni, forse decenni. Significa “solo” che non è più adatto a svolgere bene le funzioni di “infrastruttura” della nostra vita quotidiana attuale perché è stato realizzato nel quadro del vecchio modello di sviluppo (esploso a partire dal secondo dopoguerra e basato essenzialmente sulla disponibilità “a buon mercato” dei combustibili fossili e sulla, più o meno intenzionale, trascuratezza nei confronti degli effetti ambientali del loro uso “illimitato”) ma poi non è stato riqualificato e, anche a causa della crisi decennale che ha provocato il crollo degli investimenti (pubblici e privati) nel territorio, sta perdendo progressivamente il suo valore. Il patrimonio immobiliare, infatti, ha già perso diffusamente molto valore di scambio ma perderà progressivamente anche valore d’uso e diventerà, nelle sue prestazioni, sempre meno sicuro, meno efficiente, più costoso da gestire, meno attrattivo. In non poche aree è già interessato anche da nuove forme di abbandono.
Ma si può decidere di invertire la rotta e di utilizzare la “grande spinta” per rilanciare l’economia friulana ma ponendo altresì le basi di un nuovo modello di sviluppo territoriale. Ci possono essere più tipi di riqualificazione e, in base a quelli prescelti, dipenderà la velocità con cui degraderà (o potrà essere recuperato) il valore d’uso di strutture ed infrastrutture del vecchio mondo: a parità di dimensioni finanziarie, si potrà puntare su riqualificazioni diffuse ma sostanzialmente isolate (una quà e una là), oppure su riqualificazioni “di sistema”. Nel primo caso, a consuntivo, avremo comunque meno costi dell’abitare e più efficienza energetica ma l’habitat (inteso come infrastruttura del vivere quotidiano) rimarrà più o meno quello di prima; nel secondo caso, invece, è il nostro habitat che può cambiare radicalmente. Tra le due prospettive (quella delle riqualificazioni isolate e quella di “sistema” o, come preferisco chiamarla, della “rigenerazione territoriale”) è in gioco il futuro del nostro modello socio-economico e di vita quotidiana ma anche, nel caso dei nostri territori, la ricomposizione di quel qualcosa di più (e di importante) che possiamo definire come la coesione sociale della comunità regionale e friulana la quale, dopo dieci anni di crisi (ma non solo), è interessata oggi da gravi fenomeni di destrutturazione (a partire dai noti fenomeni di “contrazione demografica”). Se opereremo nella logica di “sistema” (che, ricordiamoci, fu quella del “modello Friuli” di ricostruzione) potremo restituire al “sistema territoriale friulano” una funzionalità adeguata ai cambiamenti epocali in atto nel mondo del lavoro, delle tecnologie, del clima ecc.. Questa nuova infrastruttura “di sistema” dovrebbe consistere in: a. un nuovo modello energetico che, basandosi sull’efficientamento energetico a tappeto degli edifici pubblici e privati, miri alla realizzazione di una rete decentrata e diffusa di energie rinnovabili i cui nodi, di produzione e consumo, siano collegati e gestiti da una infrastruttura digitale intelligente; b. un assetto spaziale e una morfologia, di questo modello energetico diffuso, che, attraverso soprattutto il recupero ambientale di suoli urbanizzati e abbandonati, favorisca l’adattamento ai cambiamenti climatici ed il trasporto sostenibile di persone e merci; c. l’attivazione di istituzioni locali e centrali che si facciano carico della pianificazione e gestione, di questo nuovo “modello Friuli 4.0”, sul territorio.
L’investimento massiccio in questa “infrastruttura dell’abitare”, cambierebbe la vita in Friuli restituendogli funzionalità e attrattività. Ciò su cui proponiamo di investire, quindi, non è una infrastruttura qualsiasi in un settore qualsiasi ma è l’infrastruttura della rigenerazione territoriale del Friuli che si realizza grazie alle sezioni più avanzate della filiera delle costruzioni e che serve a far rinascere il Friuli dal basso collocandolo altresì in una posizione di rilievo nella più generale rivoluzione “green” in atto. Questa “grande spinta” sarebbe quindi parte, né più né meno, di quello che altri invocano, ormai a livello planetario, come il green new deal.

Sandro Fabbro, professore di Urbanistica e politiche Urbane e Regionali, Università di Udine

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