Chi ha paura dei minori?

Da diversi anni il tema dei minori stranieri non accompagnati (MSNA) è diventato un tema caldo: sui giornali, in tv, sui social. Spesso vengono utilizzati toni d’allarme e la narrazione che passa è spesso che si tratta di terribili ragazzini che vengono da lontano per seminare terrore nelle nostre città.
Il focus viene spesso mantenuto su aspetti negativi: il costo eccessivo relativo alla loro accoglienza, con lo stesso presidente Fedriga che ha affermato che oltre 100 euro a ragazzo al giorno sono troppi e che “un figlio a una famiglia non costa così tanto”; l’idea che il possesso di un cellulare e l’aver attraversato diversi paesi implichi automaticamente una ricchezza di base di questo tipo di beneficiari; l’ipotesi ricorrente che vuole tutti i MSNA in realtà degli adulti, dichiaratisi falsamente minori al fine di avere maggiori tutele al loro arrivo in Italia; da ultimo forse l’aspetto maggiormente più rilevante e più sottolineato all’interno dei racconti e delle narrazioni, ovvero la componente disfunzionale connessa a reati, aggressioni, crimini.
Leggendo queste suggestioni, senza argomentazione e senza informazioni di base, può sorgere spontanea, in chiunque di noi, la seguente domanda: perché dobbiamo occuparci di loro se la base da cui partiamo prevede che siano persone false, ricche e devianti?
Perché utilizzare tempo, soldi e risorse per loro invece che per i minori italiani?

Questi sono alcuni dei luoghi comuni che hanno come oggetto i minori stranieri non accompagnati, spesso frutto di scarsa conoscenza del fenomeno e, di conseguenza, di paura di ciò che ci può riservare “l’altro” che non si conosce, come suggerito da Ryszard Kapuściński, che considerava la xenofobia come “la malattia di gente spaventata”.

Prima di entrare nel merito della questione centrale, ovvero il fenomeno migratorio in sé e la sua complessità, è utile fare brevemente il punto su alcuni miti da sfatare relativi ai MSNA.
Innanzitutto facciamo chiarezza sulla questione dei costi: i MSNA sono minori senza famiglia e di fatto costano al nostro sistema meno dei minori senza famiglia italiani che vengono accolti in comunità. Per questi ultimi la retta giornaliera è sempre superiore ai 150 euro al giorno, arrivando anche oltre i 350 nei casi di maggiore vulnerabilità. Per i MSNA la retta è al massimo 120 euro, tariffa cui crediamo nessun ente gestore arrivi comunque. Può quindi sorgere spontanea una domanda: perché per un adulto migrante proveniente dalla rotta balcanica vengono pagati meno di 30 euro al giorno mentre per i MSNA servono oltre 100 euro? Perché per i minori, in base alla legge, è necessario garantire la presenza h24; pertanto, la quota è necessaria per coprire il costo relativo al personale (in numero congruo e funzionale rispetto al numero di beneficiari accolti e sempre e comunque in linea con le richieste del Regolamento regionale), quelli di gestione, di affitto, delle utenze, del cibo, nonché delle spese sanitarie, scolastiche e legali. In questa prospettiva, un appartamento abitato da persone adulte non necessita della presenza continuativa di personale durante le h24. Visto questo scenario, quindi i costi dell’accoglienza per minori portano a quelle rette, che restano comunque sempre inferiori rispetto a quelle per i minori italiani.
La questione dell’età: è noto che vi sono alcuni casi di persone che entrano in Italia dichiarando la minore età pur essendo maggiorenni. Questa, in alcuni casi, può rappresentare l’unica via percepita dai migranti come “tutelante” per entrare in Italia, soprattutto per chi proviene da Paesi che, nonostante siano ad altissimo rischio di invivibilità, sono classificati come Paesi sicuri, pertanto non tra quelli considerati a rischio anche dal punto di vista della normativa afferente alla Protezione Internazionale. Vi sono degli strumenti normativi utili per far fronte a questo fenomeno, come le Commissioni per l’Accertamento dell’Età, istituite localmente ai sensi della legge 47/2017 (la c.d. Legge Zampa), le quali, grazie alle equipe multidisciplinari che le compongono, hanno il compito di accertarsi che l’età dichiarata dal beneficiario sia effettivamente quella biologica. Tuttavia, questo prezioso strumento prevede un iter di attivazione lungo, non sempre in tempi utili o con la frequenza necessaria. Accanto a ciò, si segnala che è necessario un lavoro di rete e di sinergie per far fronte a questo fenomeno che interessa non solo la provincia di Udine; il dialogo tra forze dell’ordine responsabili dei rintracci, questure, tribunali per i minori, servizi sociali ed enti di accoglienza è alla base di questo importante lavoro di tutela dei singoli beneficiari, minorenni o maggiorenni che siano. A tal proposito è necessario ricordare un importante elemento: per questo tipo di beneficiari (maschi, indicativamente primogeniti ma non necessariamente) dichiarare un’età diversa e inferiore rispetto a quella effettiva rappresenta un’importante perdita d’identità, sia di status che di responsabilità, in considerazione dell’importanza che riveste l’uomo adulto nelle culture di provenienza.
La segnalazione di casi simili a chi di dovere può consentire agli enti di accoglienza di gestire al meglio la convivenza tra i beneficiari all’interno delle comunità, alle forze dell’ordine e ai servizi sociali di garantire il corretto collocamento dei beneficiari all’interno delle strutture più idonee e, infine, ai beneficiari stessi di non dissolvere la loro identità in cambio di un permesso di soggiorno.

La questione economica: raramente i MSNA provengono da famiglie ricche; in compenso hanno tanti debiti. Basti pensare che un viaggio dal Pakistan o dal Bangladesh oggi ha un costo variabile fra i 10 e i 20mila euro. Questi viaggi, spesso pianificati dall’intero gruppo familiare, comportano un grande dispendio economico da parte delle famiglie, le quali vendono proprietà, chiedono soldi in prestito (cifre esorbitanti per i loro standard economici e spesso a strozzo) e investono tutto ciò che hanno sul viaggio del loro figlio maschio, affinché questi affronti il “game”, il gioco. Un gioco terribile in cui se il ragazzo perde, perché muore o perché viene rispedito indietro alla frontiera dieci o venti volte, perde anche la famiglia; un gioco terribile in cui se il ragazzo vince e arriva in Italia, vince la famiglia, ma a un prezzo (economico, ma non solo) altissimo.
Ogni ragazzo, quindi, si porta dietro un debito mostruoso, che sovraccarica il minore di responsabilità nei confronti della famiglia d’origine. I MSNA hanno pertanto la necessità di lavorare e cominciare a restituire il debito, pena ripercussioni immediate da parte dei creditori sulla famiglia: minacce alla madre, al padre, a fratelli e sorelle minori.
E siamo arrivati a uno dei principali motivi di sofferenza di questi ragazzi che, catapultati in un mondo sconosciuto e completamente diverso da quello in cui sono cresciuti, si trovano a sopportare il peso di una responsabilità terribile.
E chi non paga? E qui siamo al principio del dramma. Quando i trafficanti di esseri umani (I cosiddetti passeur o dalal, in una delle lingue parlate dai ragazzi) capiscono che né il ragazzo né la famiglia sono in grado di pagare gli acconti per ogni passaggio di frontiera si trovano nelle condizioni di dover rientrare del “mancato guadagno”. Allora ecco che i ragazzi vengono obbligati, pena violenze fisiche e vessazioni, a lavorare in situazioni di simil schiavitù, con condizioni di lavoro degradanti di sfruttamento e caporalato, non rispettosi della condizione umana e della dignità delle persone, all’interno di fabbriche o in agricoltura.
In altri casi, i peggiori, i ragazzi divengono vera e propria “merce umana”, venduti all’interno di percorsi di sfruttamento sessuale o dei semplici contenitori di organi, da vendere a rate…. Tanto chi potrà mai dire nulla di un ragazzo che scompare e che ai nostri occhi non è mai esistito? Alla famiglia si potrà sempre dire che è affogato nel tentativo di attraversare un fiume lungo la rotta balcanica.

Questo è lo scenario in cui viaggiano i cosiddetti MSNA e quando arrivano in Italia comincia la loro ricerca della normalità, di un’infanzia e di un’adolescenza rotte e da ricostruire.
Sono ragazzi che sono arrivati da soli, a piedi o via mare, dall’altra parte del mondo, sono ragazzi coraggiosi e scafati, con i piedi rotti e la pelle lacerata, con la mente e la memoria segnate dalle tante cose che hanno visto durante il viaggio.
Sono ragazzi che convivono quotidianamente con diversi traumi: accanto a quello di aver dovuto lasciare la propria famiglia, il proprio paese, durante il viaggio ne aggiungono tantissimi altri, relativi a pestaggi e a soprusi subiti delle numerose polizie balcaniche che – come certificato da diverse indagini – non lesinano bastonate e trattamenti violenti di ogni tipo, ma anche alla sorte malaugurata di alcuni compagni di viaggio che il game lo perdono anche definitivamente. Immagini che nessun essere umano dovrebbe mai vedere.
Ci si trova insomma di fronte a ragazzi che sono di fatto “politraumatizzati”, che devono far fronte a un viaggio estremamente adultizzante, violento, al quale si somma, non dobbiamo dimenticarlo, il peso enorme sulla loro testa rappresentato da quel debito gigantesco che devono essere in grado di ripagare in pochi anni.
I traumi, a volte fisici, molto più spesso psicologici, sono difficili da cogliere, soprattutto durante i primi mesi di accoglienza; ci vuole un tempo di conoscenza e fiducia reciproca che permetta al ragazzo di pensare “finalmente sono al sicuro”, aiutato anche da un’equipe che consenta di creare un ambiente rassicurante che faccia passare il messaggio “sei qui, sei in Italia, le cose che ti sono capitate in passato qui non succederanno”.
Quindi, le sofferenze emergono, a volte in maniera graduale, altre volte in maniera dirompente e si traducono in comportamenti a volte antisociali, a volte autolesionisti, a volte in crisi psicomotorie, di panico o veri e propri attacchi di terrore.
Spesso, quando un ragazzo mostra un comportamento disfunzionale, a volte anche pericoloso per se stesso e per gli altri (spacca, aggredisce, è violento), spesso ha una grande sofferenza dentro che si manifesta in questo modo; spesso utilizzare sostanze è un modo “per calmare il mare grande che c’è dentro, perché se c’è troppa acqua poi io non respiro”, come disse un ragazzo. Altre volte, si, questi comportamenti derivando da un’indole educativa, di natura non traumatica, che è da ricondursi a codici di comportamento appresi durante un’infanzia mancata, dove le regole di comportamento erano altre.

Un’immagine utile per capire chi sono i MSNA è quella dei bimbi sperduti che incontriamo all’interno della storia di Peter Pan: bambini per sempre, alla ricerca costante di un adulto di riferimento, che provano a vivere una vita da bambino pur sapendo che la vita li ha portati a crescere troppo in fretta (mentalmente ancor prima che fisicamente). I bimbi sperduti hanno le tute a forma di animale, i nostri minori hanno i pantaloni a vita bassa, i borselli e i cappellini con il frontino calati sul capo.

Perché occuparci di loro, quindi? Perché questi bimbi hanno bisogno di una Wendy che permetta loro di sentire quella presenza adulta che rassicura, fa sentire tutelati ma anche incardinati all’interno di un sistema di regole chiare, utili per crescere e maturare in maniera funzionale all’interno di un contesto sociale e relazionale.
Cinicamente parlando, potremmo dire che la nostra costituzione e la legge ce lo impongono. Ma, se vogliamo fare come Wendy, dobbiamo essere in grado di guardare un po’ più lontano, maturando la consapevolezza che questi ragazzi sono dei tesori, hanno delle potenzialità immense, vanno accompagnati e messi sulla retta via e accompagnati anche (e soprattutto) quando vanno fuori dai binari, perché nessuno deve sentirsi (s)perduto.
Dobbiamo dirci, inoltre, che a fronte di un inverno demografico senza precedenti, abbiamo la fortuna di trovarci di fronte a questi ragazzi che ripongono in noi le speranze di una vita migliore e di una possibilità di rivincita. Dobbiamo dirci in modo chiaro che a fronte di 6000 ragazzi partiti dal FVG per trovare fortuna all’estero negli ultimi 5 anni (cifra destinata a crescere nei prossimi anni) abbiamo di fronte un patrimonio di giovani entusiasti, con grandi capacità, di cui dobbiamo prenderci cura.

Sono questi i nostri giovani: sono fatti così, vengono da lontano, spesso a piedi, parlano lingue strane, mangiano carne con grandi quantità di spezie ma vedono in noi una grandissima speranza, per sé e per loro famiglie di origine, e spesso vedono in noi una nuova famiglia (sì perché è questo che spesso ci dicono).
Allora dobbiamo essere in grado di prenderci cura di questi ragazzi sperduti, dei loro traumi, delle loro debolezze, delle loro assenze, delle loro difficoltà, insegnare loro a giocare, a capire che c’è per loro un futuro possibile.
A oggi il sistema all’interno del quale siamo immersi a volte si dimostra ancora poco preparato o spaesato di fronte a quello che incontrano nei racconti di molti MSNA.
Ma la nostra società deve cominciare ad attrezzarsi. Se non saremo in grado di aggiornare i nostri professionisti, se non saremo in grado di potenziare i servizi di sostegno (invece che tagliarli), se non saremo in grado di accogliere e includere questi ragazzi, avremo senza dubbio perso un grande occasione non solo di essere solidali ma anche di gestire al meglio una possibile soluzione a un inverno demografico che continuerà inevitabilmente a fare il suo corso.
È nostro dovere avere cura di questi ragazzi che arrivano qui sperando di avere un futuro tutto da costruire con lo scopo ultimo di dare un futuro a chi è restato nel loro paese; bimbi sperduti in cerca di una guida. Saranno loro il nostro futuro e quello dei nostri figli e delle nostre figlie, quei pochi che ci saranno, che rimarranno o che saranno andati a cercare un futuro migliore in altri Paesi, divenendo a loro volta giovani (magari non minori) non accompagnati in cerca di fortuna in un paese straniero.

Giovanni Tonutti       Elisa Sartori