Confindustria Udine sul conflitto in Ucraina

Confindustria Udine auspica una rapida e positiva soluzione del conflitto Russia-Ucraina ed esprime apprezzamento per l’unitarietà e la tempestività delle decisioni assunte dall’Europa, alle quali il Governo italiano ha dato un importante contributo. Il verificarsi di uno scenario di guerra in Europa lascia sgomenti. L’invasione va condannata. Per questo, ci uniamo alla richiesta di uno stop immediato all’uso delle armi, per lasciare spazio a un’iniziativa negoziale, che ci auguriamo possa trovare una soluzione diplomatica in tempi brevissimi. Le conseguenze del conflitto sono in ogni caso pesantissime, prima di tutto dal punto di vista umano e sociale. Per quanto attiene agli scenari economici territoriali, le statistiche sull’interscambio commerciale della nostra regione e del territorio della provincia di Udine con Russia e Ucraina non possono che generare serie preoccupazioni, soprattutto dal punto di vista delle importazioni. Infatti, per il FVG l’Ucraina è il secondo partner commerciale per le importazioni, la Russia l’ottavo, mentre per la provincia di Udine l’Ucraina è addirittura il primo partner commerciale, la Russia il terzo. Mentre la Russia risulta il ventesimo partner commerciale per le esportazioni regionali, per Udine il  diciannovesimo. L’inevitabile applicazione di sanzioni coordinate, europee e americane, a fronte del conflitto in corso, produrrà significativi impatti economici. In uno scenario già incerto, per il perdurare della pandemia seppur in fase calante, l’aumento dell’inflazione, la logistica che non riesce a star dietro al mercato, la scarsità e l’aumento dei prezzi di numerose materie prime, la difficoltà a reperire, per quantità e specializzazione, sul mercato del lavoro risorse umane in grado di soddisfare il fabbisogno delle imprese, questo ulteriore elemento di crisi rischia seriamente di pregiudicare la ripresa economica. Confindustria Udine segue costantemente l’evolversi della situazione, a supporto delle imprese associate. Sul fronte della politica energetica nazionale, giova rimarcare l’importanza della decisione assunta dal Governo Draghi, che, in via emergenziale e temporanea, permetterà di ridurre considerevolmente il consumo di gas, riavviando a questo scopo anche le centrali a carbone. Tale decisione, ora indispensabile, non sarebbe stata necessaria se negli anni passati il nostro Paese si fosse dotato di un certo numero di rigassificatori. Si ricorda, per fare un esempio che riguarda direttamente il nostro territorio, che già nel 2009, con la conclusione positiva della valutazione di impatto ambientale, che segnava di fatto il completamento dell’iter autorizzativo nazionale, il rigassificatore di Trieste era ad un passo dall’autorizzazione. Invece, dopo un’odissea durata una quindicina d’anni, non se ne fece nulla. Tra l’altro, le risorse per la realizzazione dell’impianto sarebbero state sostenute da Gas Natural (spagnola), che si era impegnata a investire 500 milioni di euro. Analogo destino, nello stesso periodo, ha avuto il rigassificatore progettato a Brindisi dalla British Gas. Per non parlare, sempre in Puglia, dell’epopea “no Tap”. Tutti esempi di quel “partito del no” che per troppo tempo - non soltanto sul fronte dell’energia - ha paralizzato ogni progetto e investimento nel nostro Paese, consegnandoci di fatto all’odierna, pericolosa, situazione di dipendenza.