Cronache della terza guerra mondiale

Chi la fa l’aspetti, cosi’ si diceva un tempo. La frase doveva significare che se combinavi qualcosa, altrettanto dovevi aspettarti come reazione. Un po’ come: chi di spada ferisce, di spada perisce. E ora basta con questi proverbietti che altrimenti ci perdiamo in minchiate. Ma insomma, si sa che se uno cerca di fare il furbo e l’altro lo sgama, e’ probabile che venga pagato con la stessa moneta. Un po’ cio’ che sta succedendo nella sacca di Idlib e vicinanze, dove ormai da mesi si aspetta che qualcuno, nella fattispecie l’esercito, gli accoliti di Assad o i compari russi, organizzi (anche in modo virtuale va bene) un attacco chimico alla locale popolazione. Dai e dai, uno si rompe un po’ le scatole e pensa che convenga magari anticipare prima che succeda qualche frittata. Un paio di settimane fa, infatti, sui media che si possono consultare da queste parti (non troppo su quelli mainstream internazionali) si leggeva di un attacco chimico portato nei confronti della popolazione nel distretto di Aleppo. Aleppo e’ sotto il controllo di Damasco.

La cosa, come accennato, non ha avuto eccessivo risalto tra i giornali che qualche tempo addietro erano sicuri che un attacco del genere fosse stato perpetrato all’interno delle zone allora controllate dai “ribelli” e che avevano provocato l’indignazione generale, nonche’ una gragnola di missili su obiettivi “strategici” sotto controllo dell’esercito siriano (o magari delle milizie di Hezbollah oppure di quelle iraniane). Che poi le accuse non siano mai state dimostrate e che un susseguente tentativo di addossare un ulteriore attacco del genere accusando sempre alle truppe di Assad si sia rivelato una buffonata, poco conta.

Sul presunto recente attacco in un quartiere di Aleppo, naturalmente rimangono perplessita’ giustificate, (di ieri la notizia che gli Usa hanno accusato Assad di aver organizzato la messinscena. Tutto, ma proprio tutto come da copione) ma nessuno ha alzato la voce per richiedere una commissione investigativa per fare luce su queste accuse. D’altra parte anche le poche notizie in merito non sono sufficienti a perorare la bonta’ e veridicita’ dell’avvenimento. Siriani e russi non si sono sforzati troppo di fornire molti elementi, ma un fatto del genere assieme alle reiterate azioni militari di HTS (Hay’at Tahrir al Sham, ex Al Nusra, ex Al Qaeda…) nei confronti delle truppe dell SAA (Syrian Arab Army) e della popolazione siriana mettono in seria discussione la tenuta del trattato firmato con la Turchia che prevede una zona cuscinetto attorno alla sacca di Idlib e una riduzione dei conflitti tra le parti sempre all’interno di tale area. In quella zona HTS, ISIS, FSA (Free Syrian Army) e altre fazioni piu’ o meno violente o legate alla Turchia, si stanno allegramente sparando addosso per il controllo delle zone strategiche (e delle principali vie di comunicazione) e ovviamente con opinioni diverse sul rispetto o meno del trattato. L’idea e’ che appena la situazione lo permettera’, il SAA con l’appoggio dei russi cerchera’ di rimuovere quel bubbone insostenibile per il futuro del Paese. Magari cercando di integrare nell’esercito la parte meno esaltata e pericolosa delle varie fazioni, come gia’ e’ stato fatto nel sud della Siria.

Ovviamente ci sono ancora un fracco di problemi irrisolti, come il controllo dell’area al sud – est del paese (Al Tanf), al confine con Iraq e Giordania circondato dalle truppe governative, dove Free Syrian Army (in teoria non l’ISIS) occupa ancora una discreta fetta di territorio e tiene tuttora in scacco l’esercito governativo. Ci fossero solo loro, non sarebbe un grosso problema per l’esercito recuperare la supremazia da quelle parti; caso vuole pero’ e come accennato in puntate precedenti, che li’ ci sia anche una base Usa e che i soldati statunitensi non solo forniscano abbondanti armi e vettovaglie ai “ribelli”, ma il mese scorso hanno anche organizzato delle manovre militari comuni in tutta la zona. Da sottolineare, sempre che ce fosse bisogno, che quella marmaglia prevalentemente takfira ha in mente tutto tranne che qualche concetto di democrazia.

Caso vuole anche che sempre da quelle parti, i residui dell’Isis continuino una strenua e quasi inconcepibile resistenza visto isolamento dell’area e della mancanza totale di risorse (a partire dall’acqua). Tracciare un parallelo tra la presenza Usa, la fornitura di armi ai ribelli e la probabilita’ che parte delle forniture finiscano al’Isis, non pare eccessivamente azzardato. Come strano risulta il caso che quando l’esercito siriano comincia ad avanzare e conquistare terreno, succede che gli aerei statunitensi, col pretesto di fiaccare la resistenza dell’Isis, finiscano per “sbagliare obiettivo” e bombardare SAA ed alleati. Altrettanto strano risulta il fatto che appena al di la’ del fiume Eufrate, nella zona controllata dalla coalizione, l’Isis si sia ringalluzzito contrattaccando con energia davvero insospettabile riuscendo persino a recuperare postazioni perse di recente. Ovvio che una situazione del genere non possa fare altro che provocare ulteriori fughe della popolazione civile verso zone piu’ a nord maggiormente sicure, dove finisce ad intasare i campi profughi esistenti e ad aprirne di nuovi in condizioni, con il contributo delle forti recenti piogge, davvero difficili. Ma al di la’ di questo, non si capisce come questi esaltati si siano potuti attrezzare per mettere assieme una forza cosi’ attiva. Chi finanzia e arma questi pericolosi soggetti? Perche’ da qualche parte i soldi e le armi devono pur arrivare…

Nel frattempo, Nel nord della NES (North East Syria) principalmente Rojava, la presenza Usa, che in teoria dovrebbe risultare tutto sommato discreta e non eccessivamente evidente, si percepisce piu’ chiara ogni giorno che passa. Le basi vengono rafforzate con il nuovo dichiarato obiettivo non e’ piu’ di combattere l’Isis, quella e’ un’opzione tenuta in caldo ovviamente senza una reale volonta’ di risolvere davvero quel problema, ma di rimanere fino a quando gli iraniani ed Hezbollah non si siano ritirati dal paese. Ovviamente il proposito reale sarebbe probabilmente quello di creare una nuova pseudo nazione (sul tipo del Kosovo) al di fuori del controllo di Damasco che permetta di privare la Siria delle principali risorse naturali ed economiche (dal granaio del paese al petrolio e gas, per finire all’acqua). Le pressioni Usa che si fanno forti anche delle esigenze delle Nazioni Unite e di conseguenza delle ONG internazionali sempre piu’ presenti su quel territorio, per aprire il valico internazionale precedentemente in uso tra Siria ed Iraq, Yarroubia, la dice lunga sull’idea del destino di quell’area che passa per la mente degli strateghi Usa. Trattandosi di un confine internazionale ufficiale, se il progetto andasse in porto provocherebbe seri problemi a Damasco che verrebbe privata di una delle prerogative essenziali per un qualsiasi stato: il controllo dei propri confini. Per ora l’Iraq non ha abboccato e non pare ci siano serie intenzioni di piegarsi ad una proposta del genere che provocherebbe una crisi profonda tra due paesi che hanno molti interessi in comune. Ma il mondo e’ vario…

Sempre al nord, al confine tra la NES e la Turchia, la questione si a sempre piu’ complicata. Afrin e’ sempre sotto l’occupazione dei turchi e dei suoi “proxy”; di recente si fanno sempre piu’ frequenti le incursione dei Kurdi di YPG contro le truppe legate ad Ankara e agli stessi soldati turchi, cosa che fa pensare all’intervento di una qualche manina nell’organizzazione e appoggio delle loro azioni. Nel versante orientale, sempre al confine con la Turchia, gli Usa stanno installando vari posti di osservazione nei centri nevralgici dei principali potenziali valichi. Ai turchi questo non piace affatto ed il loro esercito minaccia di intervenire direttamente nella zona. E’ possibile, ad occhio, che il contenzioso si possa forse risolvere con una proposta di scambio. I governativi appoggiati dai russi si pigliano prima o poi, l’ammassamento di truppe nell’area e’ considerevole facendo pensare ad un’azione imminenti, la sacca di Idlib, spingendo gli alleati di Ankara piu’ a nord (Afrin?) e verso nord est prendendosi piu’ o meno uffcialmente Manbij. Gli Usa risolveranno in qualche modo la loro presenza nei posti di osservazione cercando di evitare eccessive tensioni con Erdogan che minaccia di chiudere la base di Inchirlik. Tutto il resto, verrebbe ulteriormente considerato in futuro, a seconda degli sviluppi che eventualmente avverranno se l’ipotesi precedente, che puo’ apparire fantascientifica, si realizzera’. Molto probabilmente tale futuro verra’ anche determinato dalle decisioni di Tel Aviv che pare stia carburando il suo apparato militare per un possibile intervento in Libano che potrebbe far di nuovo esplodere la regione e sparigliando gli equilibri che si stanno formando.

(to be continued…)

M’ama o non m’ama

Siria, 22 dicembre 2018

Siamo dunque arrivati forse ad una svolta importante nelle vicende settennali della guerra in Siria. Con una mossa a sorpresa e clamorosa, soprattutto se confrontata con le recenti dichiarazioni del suo governo, il nostro biondo eroe pare aver staccato l’ultimo petalo della margherita a cui affidava la sorte della nazione mediorientale e delle varie fazioni che da quelle parti si combattono sostenute da un partner piuttosto che da un altro. Evidentemente e magari truccando l’alternarsi dei petali strappati dal fiore, alla fine ha prevalso il “non m’ama”; e’ chiaro che la questione potrebbe ulteriormente cambiare e le decisioni che oggi appaiono definitive, domani potrebbero dimostrarsi del tutto precarie. Rimane il fatto che per ora la mossa di ritirare le truppe dal territorio siriano, scompiglia non poco le carte e apre a prospettive che fino a ieri risultavano solo parzialmente ipotizzabili.

Chi ovviamente e’ maggiormente sconcertato e preoccupato da una tale decisione e’ lo stato maggiore del YPG, fino ad oggi il maggiore azionista della coalizione del SDF, nonche’ direttamente interessato e penalizzato da questa presunta svolta. In NES l’aria che si respira e’ davvero pesante e la gente tende a dare per probabile l’azione promessa dal sultano di Ankara che promette in tempi brevi dii risolvere a modo suo il contenzioso che storicamente pone turchi e kurdi su due versanti in continuo attrito. Come poi andra’ veramente a finire, ancora non e’ stato scritto. Certo e’ che se un intervento turco, o dei suoi alleati tagliagole ci sara’, le conseguenze di un atto del genere sono al momento difficili da immaginare; non saranno pero’ prive di discreti ribaltoni.

Per dirne una, pare che in seguito all’ultimo incontro ad alto livello tra Turchia e Usa, le parti abbiano firmato un accordo per l’acquisto da parte di Ankara di un Sistema di difesa missilistico di Patriot che contrasterebbe violentemente con la decisione di qualche tempo fa di acquisire un sistema di difesa simile, ma di produzione russa, quello che si basa sugli S-400 e di cui secondo alcune fonti, la prima tranche era gia’ stata pagata dalla Turchia. E’ chiaro che riportare l’alleato Nato con il secondo esercito piu’ potente della Nato all’interno dei ranghi vale parecchio di piu’ del mantenimento dell’alleanza con i poveri kurdi che per l’ennesima volta si ritroverebbero con un pugno d’aria tra le mani e con la concreta possibilta’ di ricevere un solenne schiaffone che metterebbe fine ai loro sogni di indipendenza (sempre in realta’ definita autonomia), nonche’ a quel modello di governo democratico che tanto aveva fatto sognare noi occidentali in buona fede e che al di la’ di tutto poteva rappresentare un modello di riferimento significativo. Il suo abbandono, ci fa capire come il termine democrazia, per i nostri governi, coincida solo con i propri interessi.

Se il nostro alleato per antonomasia si prepara veramente a mantenere la parola del suo presidente, e’ evidente che ha buoni (a modo suo) motivi. Per dirne una, secondo testimonianze di gente che e’ stata costretta a lasciare Afrin a causa dei noti motivi, pare che tra i ranghi dell’Esercito di Liberazione Siriano (una della varie componenti delle milizie controllate dai turchi che si appresterebbero a muovere verso est) ci sia anche un numero consistente di Uiguri, cittadini cinesi provenienti dallo Xinjiang di fede Islamica e lingua turcomanna. E’ chiaro che se gli Usa vogliono rompere le balle ai cinesi, e lo vogliono fortemente, una delle chiavi per poterlo fare e’ fomentare rivolte indipendentiste di quel popolo, magari cominciando ad addestrarli direttamente sul campo di battaglia. Progetto ormai iniziato da anni e contrastato da una feroce repressione da parte della polizia cinese e da un programma di cinesizzazione di quella regione tramite spostamenti forzati di enormi masse di cinesi Han, maggioranza della popolazione cinese e fedeli a Pechino. Insomma, fare una figura da cani (tanto una piu’ una meno) rimangiandosi le parole fino ad oggi pronunciate a sostegno del progetto democratico (su cui ovviamente ci sarebbe molto da discutere) kurdo pur di poter perseguire interessi maggiori, alla fine non e’ un grosso problema e anzi, potrebbe avere i suoi positivi risvolti.

Rimane, eventualmente, da capire quale sara’ l’impatto su tutta la regione di una decisione cosi’ importante. Non pare che gli altri maggiori alleati della coalizione possano rimanere entusiasti del ritiro Usa che lascera’ ovviamente maggiore spazio alle rivendicazioni di vari soggetti presenti direttamente o indirettamente sullo scenario della guerra siriana. Chi fino ad oggi ha allegramente e profumatamente finanziato quelle bande di assassini (che vanno dall’Isis alle varie denominazioni che Al Qaeda si e’ data da queste parti, passando per i cosiddetti ribelli moderati) o si e’ magari limitato ad appoggiarli in un modo o nell’altro (parliamo degli emirati del Golfo, di Israele, degli inglesi e francesi) non puo’ vedere di buon occhio il fallimento totale della politica assunta fino ad oggi e che da domani inevitabilmente cambiera’.

La maggiore influenza che Russia e Iran si sono conquistati sul campo sono indigesti a tutti gli attori appena citati; l’Arabia Saudita in testa da una parte per la rinuncia ad essere la maggior potenza regionale. Pretesa ridimensionata anche dalla sanguinosa, ma fino ad oggi priva di risultati concreti (se si escludono le stragi di civili provocate) guerra in Yemen. Il suo principe reggente MBS (Mohammed Bin Salman) si e’ rivelato un inetto despota incapace di gestire anche incidenti tutto sommato di piccolo calibro come l’assassinio di Khashoggi, ma capace invece di scatenare una lotta intestina che potrebbe mettere a repentaglio il Sistema di potere dei Saud .

Dall’altra parte anche Israele non digerira’ facilmente una presa di posizione del genere. In parallelo al rafforzamento dell’Iran (suo principale nemico) si e’ notevolmente rafforzato Hezbollah che con Israele ha parecchi conti in sospeso e che e’ stato uno dei maggiori avversari che Tel Aviv ha combattuto in Siria. Peraltro Israele ha gia’ dimostrato di poter e voler agire anche in modo del tutto indipendente e non e’ escluso che il ritiro Usa possa coincidere con una ripresa delle “attivita” dei bombardieri con la stella di David sui cieli siriani. Anche questa decisione non del tutto semplice se si considera che secondo alcune fonti, un F 35 (mica balle..) israeliano e’ stato seriamente danneggiato dalle difese (pare addirittura dal vecchio Sistema S 200) siriane. Secondo Tel Aviv, i problemi sono sono stati causati dall’impatto con uno stormo di piccioni……….

Quanto alla Russia, sebbene abbia da sempre dichiarato, e a ragione, che la presenza degli Usa in Siria era illegale chiedendone piu’ volte il ritiro, dovra’ considerare cosa in realta’ una mossa del genere significhera’ in termini di rapporti con la Turchia. Certo e’ che Erdogan e’ tutto fuorche’ affidabile e cio’ che si era in qualche modo consolidato in questi recenti anni tra le due parti, potrebbe traquillamente dissolversi in un battito di ciglia.

Dei Kurdi, abbiamo gia’ detto e come nel passato si era ipotizzato, sarebbero quelli a pagare il prezzo piu’ alto. Addio sogni di gloria, anche perche’ se gli Usa davvero se ne andranno, sara’ piu’ facile per Assad mettere in pratica le pretese di riunificare se non tutto, almeno buona parte del territorio fino ad oggi perso. A cominciare da molte aree del NES oggi sotto controllo del SDF, ma che una volta sistemate altre faccende come Idlib e Al Tanf (che gli Usa dovrebbero abbandonare lasciandole ai loro alleati del Syrian National Front, Syrian Liberation Army, Syrian Liberation Front e compagnia briscola), non potrebbero rinunciare a riconquistare. Forti anche del fatto che buona parte del NES e’ araba e che YPG senza l’appoggio degli Usa non potrebbe affrontare un attacco in forze da parte di un esercito ora ben addestrato, armato e con un’esperienza di combattimento di ben 7 anni.

In parole povere, sarebbe meglio che fin da ora I kurdi trovassero un canale credibile di alleanza per un accordo con il governo centrale che permetta loro di salvare il salvabile.

A meno che, cosi’ d’improvviso, non salti fuori un altro petalo da strappare alla famosa margherita e le carte si rimescolino da capo…

 

Docbrino