Il disegno di legge regionale 86 per la reintroduzione delle Province in Fvg rischia di essere “come un pugno di mosche”
Il disegno di legge regionale 86 che reintroduce le Province e che sarà affrontato dal Consiglio regionale nelle sedute del 29 e 30 giugno prossimi è “come un pugno di mosche, vuoto di contenuti, non è altro che un ritorno al passato con un ripristino delle province storiche ma con ancora meno funzioni”. Così ha sostanzialmente aperto Manuela Celotti esponente dei Dem la conferenza stampa delle forze di opposizione tenutasi stamattina a Udine. Presenti anche i consiglieri Massimo Moretuzzo (Patto per l’Autonomia-Civica Fvg), Rosaria Capozzi (M5s), Furio Honsell (Open Fvg), Simona Liguori (Patto per l’Autonomia-Civica Fvg) e Laura Fasiolo (Pd). Sul disegno di legge i gruppi di opposizione hanno presentato complessivamente 157 emendamenti, alcuni simbolici e altri soppressivi, per evidenziare i nodi della riforma, sapendo comunque che l’atteggiamento della giunta sarà quello già emerso in commissione di non confrontarsi realmente andando dritti alla loro meta. In realtà però nella stessa maggioranza di centrodestra ci sono delle crepe, basti ricordare, è stato detto in conferenza stampa, le dichiarazioni dell’europarlamentare di FdI Ciriani, che ha definito le nuove Province un poltronificio, tanto che il suo stesso partito sta cercando di mettere una pezza presentando un emendamento che riconosce come sia inutile indire le elezioni prima di aver trasferito funzioni, personale e organizzazione attraverso le necessarie leggi di settore. Anche la Lega, con un proprio emendamento, parla della necessità di una cabina di regia, per non parlare dei dubbi di costituzionalità nella scelta di non indire una consultazione referendaria. “C’è la dimostrazione che il testo, così com’è, non funziona” hanno chiosato i consiglieri d’opposizioni, ed in effetti la riforma attribuisce alle nuove Province soltanto poche competenze: strade, edilizia scolastica e un generico supporto ai Comuni. La realtà palese è che questa reintroduzione “ora come allora” è una sorta di totem che vuole rispondere a ben otto anni di annunci propagandistici. “Prima di decidere confini e governance degli enti intermedi, è stato aggiunto in conferenza stampa dai Consiglieri d’opposizione, era fondamentale individuare le criticità da affrontare e definire quale assetto istituzionale fosse più adatto a rispondere alle sfide che abbiamo davanti: ragionare in termini di aree vaste, risolvere le criticità ormai strutturali dei Comuni, a partire dal personale, e snellire la struttura elefantiaca della Regione”. “Per la prima volta nella storia della Regione, è stato aggiunto, siamo davanti alla delegittimazione dei luoghi della democrazia: il dibattito in Commissione è stato caratterizzato dal totale silenzio della maggioranza e non c’è stato alcun dialogo con la società civile. A tutto questo si aggiunge la negazione di uno strumento democratico come il referendum, che avrebbe potuto legittimare questa scelta”. Verrebbe da chiedersi perché Fedriga & c si sono imbarcati in tale pasticciata operazione sul modello del passato, verrebbe da sospettare che si tratta di una sorta di vendetta postuma, per di più infantile e dannosa, perché, anche volendo ammettere che l’abolizione del 2016 ad opera del centrosinistra Fvg voluto da Debora Serracchiani nella sua fase “renziana” non fu una delle operazioni più felici, un ritorno sic et simpliciter al passato, come sta cercando maldestramente di attuare il centrodestra è un costoso errore. Un peccato, perché poteva diventare occasione per rivedere con serietà e in maniera più condivisa possibile, la questione degli enti intermedi, non solo sul tema della distribuzione delle competenze, ma magari ridisegnando in maniera territorialmente più efficiente e anche con occhio alla storia e alla omogeneità reale delle aree (basti pensare all’isontino o alla montagna). Ed invece ecco il solito teatrino che racconta di un centrodestra che pensa, a Trieste come del resto a livello nazionale, che la gestione della cosa pubblica come maggioranza protempore, dia loro il diritto di calare dall’alto ogni genere di proposta in barba al ruolo di Consigli regionali e perfino, guardando al livello nazionale, alle prerogative di Camera e Senato. Una democrazia verticistica prodromica alla logica del premierato. La cosa ridicola in questo disegno di legge è che la reintroduzione delle Province verrà attuata attraverso un teorico allargamento della democrazia con una assemblea elettiva, creando una ulteriore anomalia che non va scambiata per dimostrazione di autonomia. Vale la pena ricordare che nel resto del paese è in vigore la Legge Delrio (Legge 56/2014), che prevede che gli Enti di secondo livello non siano eletti direttamente dai cittadini ma che il Presidente e il Consiglio provinciale vengono nominati dai sindaci e dai consiglieri comunali del territorio.




