La condizione delle bambine e delle ragazze nel mondo. Dossier indifesa 2023 di Terre des Hommes

E’ stato di recente presentato il Dossier indifesa 2023, “La condizione delle bambine e delle ragazze nel mondo” 2023, di Terre des Hommes con dati particolarmente allarmanti che certificano come in Italia e in tutto il mondo le bambine e le ragazze vivono ancora in una condizione di inferiorità rispetto ai loro coetanei maschi. Nell’Agenda per lo sviluppo sostenibile 2030, 193 Paesi membri delle Nazioni unite nel 2015 avevano fissato un vasto programma d’azione che prevedeva, tra gli obiettivi per la parità di genere, l’eliminazione di ogni discriminazione, di ogni forma di violenza e pratiche nocive, la garanzia di accesso alla salute, alle risorse economiche e alla piena partecipazione economica, sociale e politica. Mancano appena sei anni al 2030 ma quegli obiettivi restano molto lontani. Vediamo perché.

Violenze sessuali
Secondo l’Unicef, tra il 2005 e il 2022, almeno 16mila minori hanno subito stupri, matrimoni forzati, sfruttamento sessuale e altre forme di violenza sessuale, commessi dalle parti in conflitto. Il dato è ritenuto fortemente sottostimato a causa dello stigma e dell’emarginazione che accompagnano questi reati e che, così, impediscono le denunce. La quasi totalità di quelle vittime, tra 2016 e 2020, è stata costituita da bambine: il 97%. Soltanto in Sudan, nel corso dell’estate il numero di ragazze e donne a rischio di subire violenze nel corso della guerra è schizzato a 4,2 milioni, dai circa 3 milioni di aprile2. In Ucraina, dove l’invasione russa ha creato una delle più gravi crisi umanitarie in Europa dalla Seconda guerra mondiale, 14 milioni di persone sono state costrette a fuggire in altre regioni o all’estero: in gran parte, si tratta di donne e bambine/i.

Mutilazioni genitali femminili
Sono 4,3 milioni le bambine che rischiano di subire MGF nel 2023, un dato destinato a peggiorare: entro il 2030, aumenteranno infatti a 4,6 milioni. I conflitti, assieme a cambiamento climatico, povertà e diseguaglianze, continuano a minare gli sforzi per cambiare le regole sociali, per sradicare in modo definitivo questa violenza di genere che danneggia il corpo delle ragazze e mette a rischio la loro vita. Secondo l’Oms, oltre 200 milioni di donne convivono con una mutilazione genitale e ogni anno 3 milioni di bambine rischiano di subirla in una trentina di Paesi, soprattutto in Africa, Medioriente e Asia. Anche in Europa, ogni anno migliaia di bambine subiscono questa violenza, in gran parte non praticata nel Paese europeo di residenza ma in quello d’origine dei genitori, durante le vacanze estive o un viaggio. La stima è di 600mila ragazze e donne già mutilate, di cui in Italia 80mila donne e 7.600 minori; tra 53mila e 93mila bambine sono a rischio, mentre in Italia l’incidenza tra le minori con background migratorio a rischio è tra 15% e 24%7.

Foto di Shlomaster da Pixabay

Istruzione
Le ragazze hanno oggi il più alto livello d’istruzione mai raggiunto nella storia. Le bambine che vivono nei Paesi colpiti da conflitti, però, hanno più del doppio delle probabilità di non andare a scuola rispetto alle coetanee residenti in zone di pace. Oltre all’ostacolo di povertà, matrimoni e gravidanze precoci, i conflitti causano insicurezza generalizzata: ogni anno 60 milioni di scolare subiscono violenze sessuali sul tragitto verso la scuola; quindi, molte giovani rinunciano al diritto di studiare. A ciò si sommano le scuole inadatte ai bisogni delle ragazze, ad esempio prive di acqua o di luoghi sicuri dove cambiarsi durante i giorni delle mestruazioni. In alcuni Paesi, poi, l’istruzione è apertamente negata alle giovani, come in Afghanistan, dove le classi sono inaccessibili alle bambine con più di 12 anni. Inoltre, quando le scuole sono costrette a chiudere a causa di conflitti o altro (come una pandemia), le ragazze hanno minori possibilità di tornare sui banchi rispetto ai coetanei.

Matrimoni precoci
A livello globale le ragazze vittime e le donne ex vittime di matrimoni precoci e forzati sono 640 milioni, oltre il 45% di loro in Asia meridionale e Africa sub-sahariana. Nonostante gli sforzi e i progressi in alcune zone, nel 2022 le bambine costrette a sposarsi sono state ancora 12 milioni. Tra i fattori di rischio ci sono proprio le guerre, tanto che in Paesi come Siria e Iraq il numero dei matrimoni precoci è aumentato: nelle aree di conflitto, ogni aumento di dieci volte del numero di vittime degli scontri è associato a un incremento del 7% della prevalenza dei matrimoni precoci, a causa del peggioramento delle condizioni economiche delle famiglie.

Gravidanze precoci
Il numero di bambine che mettono al mondo figli è calato negli ultimi vent’anni, ma non dappertutto. Tra i mezzi di contrasto ci sono la lotta ai matrimoni precoci, il sostegno all’istruzione e l’accesso alla contraccezione, lo sradicamento di pregiudizi e stigma sulla sessualità femminile: tutti aspetti alimentati negativamente da conflitti e guerre. L’Organizzazione mondiale della sanità stima che nei Paesi a medio e medio-basso reddito ogni anno ancora 21 milioni di ragazze tra i 15 e i 19 anni rimangano incinte, al 50% in gravidanze non pianificate e non volute, spesso dopo sesso forzato e violenze, e che 12 milioni di loro diventino madri (3,9 milioni di aborti volontari sul totale di 5,6 milioni sono praticati in condizioni insicure, accrescendo il rischio di morte o danni fisici della gestante). Nel 2021, poi, mezzo milione di under 15 ha partorito, nella stragrande maggioranza dei casi dopo uno stupro. Queste bambine corrono gravi rischi, perché il loro corpo non è pronto a sopportare lo stress di gravidanza e parto.

I casi estremi di Afghanistan e Iran
Afghanistan e Iran sono due Paesi dove la drammatica situazione di bambine, ragazze e donne è particolarmente evidente, anche a causa delle recenti tensioni e conflitti che hanno peggiorato le loro condizioni e le hanno portate sotto i riflettori dell’Occidente. In Afghanistan le condizioni di vita per bambine e donne sono precipitate. I talebani hanno limitato sistematicamente i diritti fondamentali di donne e ragazze, soffocando ogni ambito della vita di metà della popolazione del Paese: le Nazioni unite, nel denunciarlo, parlano di “apartheid di genere”. Le femmine non possono studiare dai 12 anni d’età né svolgere una lunga lista di professioni, sono costrette a indossare il burqa e fuori casa devono essere accompagnate da un familiare maschio, non possono trascorrere tempo in parchi e bagni pubblici, quando si ammalano non possono essere curate da medici uomini. Al lungo elenco di divieti si aggiungono l’alto numero di matrimoni forzati, quello delle violenze di genere e sessuali, l’aumento della depressione e dei suicidi tra le giovani, le gravidanze precoci in cui ben due nati ogni mille sono messi al mondo da bambine con meno di 15 anni. In Iran le cittadine hanno meno diritti rispetto agli omologhi maschi e il simbolo di questa condizione è l’hijab, il velo islamico la cui obbligatorietà è stata introdotta nel 1979, dopo la rivoluzione khomeinista. Le proteste contro quel simbolo sono esplose nel 2022, dopo l’uccisione il 16 settembre di Mahsa Amini, morta in custodia dopo esser stata arrestata dalla polizia “morale” perché accusata di non indossare correttamente il velo. Per settimane, donne (e uomini) hanno manifestato nelle strade, sfidando gli Ayatollah. Il bilancio è stato pesantissimo, nelle stime di Amnesty International: le persone morte sono state oltre 500, fra cui 44 minori

Qui per scaricare il Rapporto: https://terredeshommes.it/pdf/Dossier_indifesa_tdh_2023.pdf.