Maduro rapito perché scimmiottava i “balletti” di Donald, che intanto mette nel mirino l’europea Groenlandia

Alle 18,26 di oggi 6 gennaio 2026 le agenzie di stampa internazionali hanno svelato la vera ragione dell’attacco ordinato da Donald Trump al Venezuela con lo scopo di rapire Nicolas Maduro. Vengono così smentite tutte le ricostruzioni fatte dagli analisti fino ad oggi relative a tempi, modi e motivazioni dell’attacco. Non si tratta principalmente della sete di petrodollari o delle altre risorse naturale e men che meno la risibile teoria del narcotraffico, ma di ben altro. Si scopre che Trump ha agito perché infastidito da Maduro che ha spiegato “imitava il mio ballo”. Infatti parlando ai deputati repubblicani al Kennedy Center, Donald Trump ha detto di essere stato infastidito dal modo in cui il presidente venezuelano, Nicolas Maduro, aveva ballato mentre l’amministrazione Usa intensificava le minacce contro di lui nelle settimane precedenti al blitz. “Saliva sul palco e cercava di imitare un po’ il mio ballo”, ha detto Trump che si sofferma per qualche secondo davanti ai suoi deputati  sull’operazione condotta dagli Stati Uniti in Venezuela, con la cattura del presidente Nicolas Maduro. Il presidente americano ricorda gli ‘show’ del leader di Caracas negli ultimi eventi pubblici. Maduro, come hanno evidenziato anche i media americani, si è distinto per atteggiamenti spavaldi, quasi a considerare un bluff i messaggi di Washington. Questo atteggiamento avrebbe spinto Trump ad accelerare e a ordinare l’attacco. Dinnanzi a tali notizie, considerando che in realtà sarebbe necessario un trattamento psichiatrico obbligatorio (Tso), che ahinoi nessuno, se non l’elettorato Usa, potrà imporre, bisognerà che la risposta alle nuove mire di Trump sia davvero ferma, considerando anche la possibilità che si crei il paradosso dei paradossi. Una azione militare Usa in  Groenlandia dovrebbe vedere l’attivazione del famoso articolo 5 della Nato che prevede, diversamente da quanto è stato raccontato, non un’automatica reazione militare contro l’aggressore, fosse così i militari americani si dovrebbero sparare fra di loro. La NATO infatti è un’alleanza militare che riunisce 32 Paesi con l’obiettivo di garantire la sicurezza reciproca e solo in teoria, se uno Stato viene attaccato, gli altri lo difendono armi in pugno. Il Trattato, firmato nel 1949, è composto da 14 articoli. L’articolo 5 stabilisce che «un attacco armato contro uno o più» Paesi che fanno parte della NATO in Europa o nell’America settentrionale «sarà considerato come un attacco diretto contro tutti» i membri dell’Alleanza. In altre parole, se viene colpito anche solo un Paese NATO, tutti gli altri devono considerarsi coinvolti. Chi lo ha scritto però non poteva minimamente sospettare che l’attacco potesse arrivar dall’interno dell’alleanza, anzi, come in questo caso, dal pase con maggior peso militare. Ed è nelle pieghe dello stesso articolo che probabilmente si cela il “diavolo”, infatti il testo aggiunge che ciascun Paese NATO «assisterà la parte o le parti così attaccate intraprendendo immediatamente, individualmente e di concerto con le altre parti, l’azione che giudicherà necessaria, ivi compreso l’uso della forza armata». Questa assistenza può essere fornita «nell’esercizio del diritto di legittima difesa, individuale o collettiva, riconosciuto dall’articolo 51 dello Statuto delle Nazioni Unite», che riconosce a ogni Stato il diritto naturale di difendersi, da solo o insieme ad altri, se subisce un attacco armato. In sostanza, in base all’articolo 5 ogni Stato membro della NATO deve intervenire a sostegno del Paese sotto attacco, ma conserva la libertà di decidere come farlo: può fornire aiuti militari diretti oppure ricorrere ad altre forme di supporto. Oggi la Danimarca ha spiegato che intende rafforzare la propria presenza militare in Groenlandia e aumentare il coinvolgimento della Nato nell’area artica. Come riporta l’agenzia danese Ritzau, lo ha dichiarato il ministro della Difesa danese, Troels Lund Poulsen, sottolineando che il piano prevede anche un incremento delle esercitazioni dell’Alleanza sul territorio. Il ministro ha ricordato che la Danimarca, e quindi anche la Groenlandia, sono membri della Nato insieme agli Stati Uniti. “Vorrei sottolineare che la Groenlandia fa parte del Commonwealth danese. Non mi risulta che questo venga messo in discussione a livello internazionale”, ha aggiunto. Intanto sei Paesi europei – Regno Unito, Francia, Germania, Italia, Polonia e Spagna – hanno espresso sostegno a Copenaghen in una dichiarazione congiunta firmata anche dalla Danimarca. “La Groenlandia appartiene al suo popolo, e solo la Danimarca e la Groenlandia possono decidere sulle questioni relative ai loro rapporti”, si legge nel documento firmato dal presidente francese Macron, il cancelliere tedesco Merz, il primo ministro polacco Tusk, il primo ministro spagnolo Sánchez, il primo ministro britannico Starmer e il primo ministro danese Frederiksen e, udite udite, la prima ministra italiana Giorgia Meloni che questa volta (per ora) non ha potuto fare il solito magheggio del gioco delle tre carte. Ai sei si sono poi aggiunti Portogallo, Olanda e Canada.

“La sicurezza dell’Artico rimane una priorità fondamentale per l’Europa – si legge ancora nella dichiarazione – ed è fondamentale per la sicurezza internazionale e transatlantica. La Nato ha chiarito che la regione artica è una priorità e gli alleati europei stanno intensificando i loro sforzi. Noi e molti altri alleati abbiamo aumentato la nostra presenza, le nostre attività e i nostri investimenti per garantire la sicurezza dell’Artico e scoraggiare gli avversari. Il Regno di Danimarca, inclusa la Groenlandia, fa parte della Nato. La sicurezza nell’Artico deve quindi essere raggiunta collettivamente, in collaborazione con gli alleati della Nato, compresi gli Stati Uniti, sostenendo i principi della Carta delle Nazioni Unite, tra cui la sovranità, l’integrità territoriale e l’inviolabilità delle frontiere. Questi sono principi universali e non smetteremo di difenderli. Gli Stati Uniti sono un partner essenziale in questa impresa, in quanto alleati della Nato e attraverso l’accordo di difesa tra il Regno di Danimarca e gli Stati Uniti del 1951. Nel fine settimana, il presidente statunitense Donald Trump ha affermato che gli Stati Uniti “hanno bisogno” della Groenlandia per motivi di sicurezza, riferendosi al territorio semi-autonomo come a un’area strategica per la difesa americana. Trump non ha escluso l’uso della forza per ottenerne il controllo, suscitando la reazione della premier danese Mette Frederiksen, che ha avvertito come un’eventuale azione militare statunitense contro la Groenlandia segnerebbe la fine della Nato. In serata c’è da registrare una dichiarazione di una portavoce della Casa Bianca che ha replicato a stretto giro in una nota alla Cnn. Il presidente statunitense “è impegnato a stabilire una pace a lungo termine in patria e all’estero”, ha dichiarato Anna Kelly alla Cnn, “ed è fiducioso che i groenlandesi sarebbero serviti meglio se protetti dagli Stati Uniti dalle moderne minacce nella regione artica”. CI tocca tornare a citare Mao Tse Tung quando diceva: ”Grande è la confusione sotto il cielo, quindi la situazione è eccellente!”. Mao si riferiva al caos della società cinese, all’inizio degli anni Sessanta, che avrebbe favorito il suo moto rivoluzionario. Oggi, invece, la grande confusione alberga in quello che era l’occidente atlantico che rischia di innestare un processo di autodistruzione grazie alla follie lucide di un personaggio pericoloso che si comporta da gangster che ha un nome e cognome e che però trova numerosi adepti.