Vajont: Stesso anniversario, stesso articolo… o quasi. Di disastro in disastro l’Italia smemorata delle stragi e della giustizia aggiustata

Spesso in occasione di disastri “ambientali” viene evocata  la strage del Vajont, una strage che aveva dei responsabili umani che praticamente nulla o poco pagarono per quelle 2000 persone strappate alla vita.  Il 9 ottobre 1963 una frana più che annunciata ma tragicamente ignorata dai tecnici di allora per servilismo verso i “padroni” e interessi economici, si staccò dal Monte Toc, cadendo nel bacino della diga e creando un’onda che trascinò e spianò migliaia di case dei paesi sottostanti. Tutto cominciò molti anni prima di quel maledetto 9 ottobre del 1963  quando la  comunità di un intera valle venne sconvolta dalla costruzione della diga del Vajont, che poi determinò la frana del monte Toc nel lago artificiale. Nonostante l’impegno di una giornalista coraggiosa, la corrispondente dell’Unità Tina Merlin che aveva denunciato i rischi e le malversazioni che accompagnavano la costruzione della diga subendo perfino un processo, tutto si compì come in una tragedia greca. Così la sera del tragico epilogo di una strage con mandante il profitto, si elevò quell’immane ondata, che seminò ovunque morte e desolazione. La stima più attendibile è a tutt’oggi di 1910 vittime ma probabilmente si superarono le 2000. Volendo sintetizzare furono stati commessi tre fondamentali errori umani che hanno portato alla strage: l’aver costruito la diga in una valle non idonea sotto il profilo geologico, l’aver innalzato la quota del lago artificiale oltre i margini di sicurezza e il non aver dato l’allarme la sera del 9 Ottobre per attivare l’evacuazione in massa delle popolazioni residenti nelle zone a rischio di inondazione. Dopo la tragedia che fece mediaticamente il giro del mondo fu aperta un’inchiesta giudiziaria. Il processo venne celebrato nelle sue tre fasi dal 25 novembre 1968 al 25 marzo 1971 e si concluse con il riconoscimento di responsabilità penale per la prevedibilità di inondazione e di frana e per gli omicidi colposi plurimi, ma in realtà i responsabili non pagarono per davvero.

Questa la cronaca dell’evento- La mattina dell’8 ottobre gli strumenti di rilevazione installati dai tecnici della diga (paline luminose conficcate nel terreno) mostravano che il monte Toc si era mosso nella notte dai 57 ai 63 centimetri. Si decise di svasare il più velocemente possibile l’invaso artificiale: il livello doveva scendere sotto quota 700 (il “limite di sicurezza”) prima che la montagna vi crollasse dentro. Perché su una cosa non c’erano più dubbi: il Toc stava venendo giù ma nessuno dette l’allarme.
La frana, che aveva dimensioni gigantesche si staccò alle ore 22:39 dalle pendici settentrionali del monte, precipitando nel bacino sottostante. Una massa compatta di oltre 270 milioni di metri cubi di rocce e detriti fu trasportata a valle in un attimo, accompagnata da un enorme boato e da uno spostamento d’aria che uccise prima ancora che l’acqua raggiungesse i paesi sottostanti.  Tutta la costa del monte, larga quasi tre chilometri, costituita da boschi, campi coltivati ed abitazioni, sprofondò verso il basso. Il lago sembrò sparire e al suo posto comparve un’enorme nuvola bianca, una massa d’acqua dinamica alta più di 100 metri, contenente massi dal peso di diverse tonnellate. Gli elettrodotti austriaci, in cortocircuito, prima di esser divelti dai tralicci, illuminarono a giorno la valle, lasciando nella più completa oscurità i paesi vicini. La forza d’urto della massa franata creò due ondate. La prima, a monte, fu spinta ad est verso il centro della vallata del Vajont che in quel punto si allarga; questo consentì all’onda di abbassare il suo livello e di risparmiare, per pochi metri, l’abitato di Erto. Purtroppo spazzò via le frazioni più basse lungo le rive del lago, quali Frasègn, Le Spesse, Cristo, Pineda, Ceva, Prada, Marzana e San Martino. La seconda ondata si riversò verso valle superando lo sbarramento artificiale, innalzandosi sopra di esso fino ad investire, ma senza grosse conseguenze, le case più basse del paese di Casso. Il collegamento viario eseguito sul coronamento della diga venne divelto, così come la palazzina di cemento, a due piani, della centrale di controllo ed il cantiere degli operai. L’ondata, forte di più di 50 milioni di metri cubi, scavalcò la diga precipitando nella vallata sottostante con una velocità impressionante. La stretta gola del Vajont la compresse ulteriormente, facendole acquisire maggior energia. Allo sbocco della valle l’onda era alta 70 metri e produsse un vento sempre più intenso. Tra un crescendo di rumori e sensazioni che diventavano certezze terribili, le persone si resero conto di ciò che stava per accadere, ma non poterono più scappare, furono raggiunte è uccise dalla colata assassina. Il greto del Piave fu raschiato dall’onda che si abbatté con inaudita violenza su Longarone. Nulla poteva resistere Case, chiese, porticati, alberghi, osterie, monumenti, statue, piazze e strade furono sommerse dall’acqua, che le sradicò fino alle fondamenta. Della stazione ferroviaria non rimasero che lunghi tratti di binari piegat verso l’alto  come fossero fuscelli. Quando l’onda perse il suo slancio andandosi ad infrangere contro la montagna, iniziò un lento riflusso verso valle: un’azione non meno distruttiva. Altre frazioni del circondario furono distrutte, totalmente o parzialmente: Rivalta, Pirago, Faè e Villanova nel comune di Longarone, Codissago nel comune di Castellavazzo. A Pirago restò miracolosamente in piedi solo il campanile della chiesa; la villa Malcolm venne spazzata via con le sue segherie. Il Piave, diventato un’enorme massa d’acqua silenziosa nella quale galleggiavano corpi e ogni genere di materiale, tornò al suo flusso normale solo dopo una decina di ore. Alle prime luci dell’alba l’incubo, che aveva ossessionato da parecchi anni la gente del posto, divenne realtà e gli occhi dei sopravvissuti poterono contemplare quanto la negligenza umana e la forza della natura possono creare. La perdita di quasi duemila vittime stabilì un nefasto primato nella storia italiana e mondiale… Si era consumata una tragedia tra le più grandi che l’umanità potrà mai ricordare.

vajont-strage-1963

In questi decenni altre tragedie, altre stragi hanno funestato il paese e turbato i sonni degli italiani onesti ed in tutti i casi vi sono state responsabilità tecniche e  politiche, sia nel passato, che  nel presente e temiamo nel futuro.  Diciamo che dinnanzi ai grandi interessi troppo spesso le varie articolazioni pubbliche hanno abiurato al loro ruolo di garanti della incolumità pubblica. Ma in realtà da mettere sotto accusa sarebbe il sistema complessivo imperniato sul profitto a tutti i costi, fu così per il Vajont e nel recente passato lo è stato  per il ponte “Morandi”, a partire dalla scelta progettuale sul materiale da utilizzare, quel calcestruzzo che fu preferito al ferro per favorire la potentissima lobbie dei cementieri.  Del resto di prove che gli interessi di pochi prevalgono su quelli di tanti ne abbiamo molte  anche se l’Italia ha memoria corta. In molti pensano ad esempio che il Vajont sia stato il primo esempio di strage da “manufatto umano”. Non è così, sempre una diga infatti causò 356 morti nel 1 dicembre 1923 in Val di Scalve in provincia di Bergamo quando il pilone centrale dello sbarramento sul Gleno cedette e le acque del lago artificiale si riversarono nella vallata sottostante. 95 anni sono passati da quel disastro quando cedette l’imponente struttura di sbarramento delle acque realizzata fra il 1916 e il 1923 con i suoi 260 metri di lunghezza. La diga doveva servire a contenere i sei milioni di metri cubi d’acqua raccolti nel lago artificiale, che si estendeva alle sue spalle per ben 400mila metri quadrati, alimentato dai torrenti Povo, Nembo ed affluenti minori. Una diga ad archi multipli, realizzata a 1500 metri d’altitudine dalla ditta Viganò su progetto dell’ing. Santangelo, la cui enorme massa d’acqua contenuta avrebbe dovuto generare energia elettrica. Ed invece alle 7 e 15 di sabato 1 dicembre 1923 il pilone centrale della costruzione, proabilmnete per errori di calcolo progettuale cedette e le acque sbarrate dalla diga si riversarono, in meno di 15 minuti, sulla vallata sottostante fuoriuscendo da una bocca larga una sessantina di metri trascinando a valle persone e cose. Quarantacinque minuti dopo il crollo della Diga la fiumana d’acqua raggiunse il Lago d’Iseo trascinando con se decine di salme.

La diga crollata di Gleno

Il crollo della diga del Gleno mise ovviamente in apprensione l’opinione pubblica per il pericolo derivante dai bacini artificiali. Gli industriali idroelettrici affidarono a tecnici ed a giornalisti, esattamente come avverrà in maniera preventiva per il Vajont, il compito di rassicurare le popolazioni, ma al contempo studiarono attentamente i monconi della diga per comprendere i motivi del crollo ed evitare il ripetersi di simili eventi. Sulla stampa scientifica – italiana ed internazionale -apparvero saggi sul Gleno, chiusi dalla rassicurante affermazione dell’impossibilità del ripetersi di una simile tragedia.
Il potere politico dell’epoca cercò di minimizzare in tutti i modi l’impatto della tragedia sull’opinione pubblica. Le vicende giudiziarie furono piuttosto travagliate. Il processo al proprietario dell’impianto Virgilio Viganò e al direttore dei lavori ing. Giovanni Battista Santangelo che per la giovane età (trent’anni) e il carattere remissivo non avrebbe ostacolato le velleità tecniche del Viganò, apertosi nel 1924, in più occasioni venne rinviato a nuovo ruolo; le udienze si dilatarono negli anni e furono condotte in sordina, mentre l’impatto emotivo seguito alla catastrofe si smorzava. I resoconti giornalistici dell’epoca virarono verso il pietismo, enfatizzando gli aspetti di colore piuttosto che scavare alla ricerca delle responsabilità. L’azione dei magistrati, superata la fase iniziale di attivismo, rallentò, si attenuò e concesse crescenti spazi alle controperizie, anche quando esse proposero ipotesi poco consistenti, come una presunta “pista politica” che non venne mai abbandonata, a dispetto dell’evidente fantasiosità e strumentalità. Emblematiche le deposizioni del principale imputato, Virgilio Viganò, che appaiono estremamente generiche ed elusive: Il disastro, secondo me, non può essere attribuito che ad un fatto accidentale, imprevedibile e misterioso, dipendente più dalle forze della natura stessa che dalle sfere degli uomini, fece scrivere a verbale nella seduta del 21 gennaio. Il processo s’ingolfò in incidenti procedurali, sospensioni tecniche per ulteriori perizie, rinvii a nuovo ruolo, giungendo a conclusione soltanto nell’estate del 1927. Le richieste del pubblico ministero (9 anni di carcere per “Virgilio Viganò” proprietario dell’impianto e per direttore dei lavori ing. Giovanni Battista Santangelo, già di per sé generose con i principali imputati, vennero stravolte dalla sentenza, che inflisse all’imprenditore e al suo tecnico di fiducia 3 anni e 4 mesi di detenzione (2 anni condonati) e lire 7.500 di multa (totalmente condonata), oltre al risarcimento delle parti lese e del risarcimento delle parti civili. Insomma la storia si ripete e sovente sembra che l’uomo non riesca ad apprendere dagli errori del passato soprattutto quando a fare da motore vi sono interessi miliardari. Il crollo della diga del Gleno ed il relativo disastro avrebbe potuto essere da monito a chi quarant’anni dopo si stava occupando della costruzione del bacino del Vajont, ma così non fu. Sebbene la dinamica delle due catastrofi sia completamente diversa, quello che emerge in ambedue le vicende è una triste serie di omissioni, leggerezze, sottovalutazioni che causarono questi tragici episodi.
Ma non è finita, un altra onda assassina armata dall’incuria e incapacità degli uomini provocò una ulteriore tragedia, infatti alle ore 12,22 minuti e 55 secondi del 19 luglio 1985, 33 anni fa, cedette l’arginatura del bacino superiore della miniera di Prestavel in Trentino, questo bacino crolla su quello inferiore che a sua volta cede in un tragico effetto domino.

Gli effetti dell’ondata del cedimento a Prestavel, nella val di Fiemme

La massa fangosa composta da sabbia, limi ed acqua scende a valle ad una velocità di quasi 90 chilometri orari e spazza via persone, alberi, abitazioni e tutto quanto incontra fino a confluire nel torrente Avisio. Lungo il suo percorso la colata di fango provoca la morte di 268 persone, la distruzione completa di tre alberghi, 53 case d’abitazione e sei capannoni industriali; otto ponti cedono sotto il maglio della colata di acqua e fango. Quando la forza cinetica si placa uno strato di fango spesso tra 20 e 40 centimetri ricopre un’area di 435.000 metri quadri per una lunghezza di oltre 4 chilometri. Un danno, al netto delle perdite umane, quantificato allora in oltre alcuni miliardi di lire.
La miniera sorgeva sulle pendici meridionali del monte Prestavel, nella val di Fiemme, ed era sfruttata fino al XVI secolo per la produzione di galena argentifera. Nel corso del 1900 fu individuata la fluorite, un minerale usato nell’industria metallurgica, così a Pozzole, sopra Stava, venne costruito nel 1961 un primo bacino per far confluire il materiale di scarto della miniera. L’argine del bacino non avrebbe potuto superare i nove metri, perché dai dieci in su un terrapieno è considerato una diga, con relative regole restrittive di costruzione. Invece in barba ad ogni prescrizione ne misurava ben 25 di metri. Insomma una diga mai segnalata nemmeno nelle carte geografiche. Ma l’avidità non si fermò a quello, il bacino non bastò a contenere tutti i materiali di scarto e si pensò quindi alla costruzione di un secondo invaso a monte. Tutto avvenne nonostante le perplessità del sindaco di Tesero, che nel 1974 chiese una verifica di stabilità. Questa però fu realizzata dalla stessa società che gestiva la discarica, la Fluormine, del gruppo Montedison, cui era passata all’epoca la miniera. Insomma il controllore gestito dal controllato. Così il tecnico incaricato scrisse che la stabilità era “al limite” una maniera pilatesca per dire e non dire. Comunque tutto fu insabbiato e si procedette alla nuova costruzione. Tra bacino inferiore e superiore si arrivò a circa 50 metri di argine, costruiti su un terreno instabile e già zeppo di acqua, del tutto inadatto dal punto di vista idrogeologico e, soprattutto, in prossimità del centro abitato. La Commissione ministeriale d’inchiesta sulla tragedia di Stava e i periti nominati dal tribunale di Trento accertarono che “tutto l’impianto di decantazione costituiva una continua minaccia incombente sulla vallata. L’impianto è crollato essenzialmente perché progettato, costruito, gestito in modo da non offrire quei margini di sicurezza che la società civile si attende da opere che possono mettere a repentaglio l’esistenza di intere comunità umane. L’argine superiore in particolare non poteva che crollare alla minima modifica delle sue precarie condizioni di equilibrio”. La causa del crollo venne individuata nella cronica instabilità delle discariche, che non possedevano coefficienti di sicurezza minimi necessari a evitare il franamento.
Il procedimento penale si concluse nel giugno 1992 con la condanna di 10 imputati dei reati di disastro colposo ed omicidio colposo plurimo, ma “per l’immane tragedia di Stava praticamente nessuno pagò davvero: cavilli e abili avvocati riuscirono, solo sulla carta, a limitare la frana su chi aveva sbagliato. Cordoglio di tutti, scuse, risarcimenti, anche, ma nessuna giustizia”, ha scritto in una nota il gruppo consiliare provinciale dell’Unione per il Trentino.

Fabio Folisi

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