Tutto il mondo è paese

In arancione gli stati con una guerra in corso nel 2023

Il nostro pianeta è ormai così interconnesso che ciò che succede in un luogo e che appare come specifico di quel contesto, si manifesta invece come fenomeno collegato con molto di ciò che avviene altrove. L’ultima delle crisi, quelle perlomeno che “godono” di visibilità sui media mentre altre pare non ne meritino l’attenzione -quella del Sudan- al di là delle questioni endemiche di quel Paese è evidentemente collegata con altre emergenze, non ultima quella di maggior copertura mediatica e di maggior interesse per evidenti motivi, a casa nostra. Ma non è solo il Sudan, sia chiaro. Per dirne una, è di alcuni giorni fa la notizia (naturalmente da verificare ma che pare essere vera) che l’Ucraina voleva colpire la Russia in Siria. Se volessimo poi allargare il nostro sguardo a volte piuttosto strabico e senza allontanarci troppo dal nostro campo visivo, ci accorgeremmo che uno dei due “leaders” (Hemedti) responsabili della crisi sudanese, fino a qualche tempo fa era tra i protagonisti dell’immenso bordello chiamato Libia. Non solo da poco, ma addirittura dai bei tempi andati del regime di Geddafi a cui assicurava l’appoggio delle sue milizie che invece ora supportano il generale Haftar alleato dei russi e dell’Egitto. Inoltrarsi troppo nei meandri intricati delle alleanze che spesso sono variabili, forse complica la comprensione di determinate questioni, ma rende evidente che anche in altre aree di “instabilità” gli stessi protagonisti difendono i loro interessi attraverso il diretto o indiretto coinvolgimento. L’area subsahariana che comprende il Mali, il Burkina Faso e che tocca altri Paesi limitrofi dell’Africa occidentale, soprattutto quella francofona ma non solo, è sconvolta da altri incendi che tendono ad essere sempre meno controllabili. I francesi con le loro politiche neocoloniali sono sempre meno sopportati e lasciano spazio (si ritirano proprio), con la complicità dei generali golpisti che da quelle parti non mancano mai, all’intervento dei “soldati di ventura” di Wagner, propaggine delle politiche Putiniane. Naturalmente adducendo la scusa della lotta al terrorismo islamico (sia Isis che Al Qaeda) che in effetti da quelle parti si è riorganizzato e controlla aree sempre più ampie. Da non dimenticare che in Sudan, ma nell’intero continente africano, il protagonismo cinese è ben radicato e dunque il gigante orientale non può rimanere insensibile allo scoppio di crisi che potrebbero mettere a rischio i suoi investimenti in quelle aree; peraltro sempre più importanti da qui a venire. Le ultime mosse del governo di Pechino, a partire dal Medio Oriente ma ancor di più in seguito all’ultima mossa di questi giorni con la telefonata tra Xi e Zelensky dimostra che tutto è connesso e che alla fine molti dei conflitti in corso si combattono in realtà per gli interessi dei soliti protagonisti che, se non sono tra i contendenti diretti, decidono chi sono gli amici o i nemici. Naturalmente determinando gli equilibri a seconda della loro reale forza intesa in termini generali, oppure specifici alla zona in cui le guerre si combattono. La decisione di Xi, per esempio, di rompere gli indugi e sentirsi con Zelensky potrebbe essere un chiaro segnale a Mosca, un avvertimento di non interferire dove Pechino esercita una specie di monopolio e di tenere a bada le bande di Wagner che se non adeguatamente governate, potrebbero causare parecchi problemi anche alla Cina. Il nuovo protagonismo cinese che passo dopo passo comincia a delinearsi con sempre maggiore chiarezza e non ha bisogno di potenziali intralci che potrebbero compromettere i suoi piani; se da una parte la sua diplomazia sta acquisendo sempre più forma nonché sostanza (vedi l’aver portato allo stesso tavolo Iran e Arabia Saudita i cui rapporti potrebbero rafforzarsi e portare a ridiscutere gli interi equilibri mediorientali spianando la strada ai progetti di espansione del dragone) i tempi sono ancora incerti per garantire il radicamento della politica di Pechino. Non è certamente casuale che i cambiamenti in atto nelle dinamiche della distribuzione del potere tra i Paesi forti del globo provochino frizioni e guerre e che chi detiene al momento le redini soprattutto economiche non intenda mollare facilmente l’osso. Dove ci porterà lo scontro ormai dichiarato tra Usa e Cina, ancora non è chiaro; ciò che non ci consente di dormire sogni tranquilli è che tutte le guerre che si stanno combattendo hanno in qualche modo un loro denominatore comune. E che se un tempo le guerre mondiali seguivano una loro, per quanto perversa, logica anche territoriale, ora si combattono come dicono gli anglofoni attraverso i “proxies”. Il rischio è che da locali questi conflitti diventino invece globali e combattuti dai diretti interessati con le conseguenze che facilmente si possono immaginare. Sarebbe salutare evitare che i focolai diventassero incendi difficili poi da controllare. Anche per questo è indispensabile che la guerra in Ucraina, che già è combattuta da una delle potenze (reali o pretese che siano) mondiali, venga fermata al più presto. Certo, non vi è dubbio che esista un invaso che ha diritto a difendersi ed un invasore che va fermato; ma in questo momento è vitale da entrambe le parti, e soprattutto da parte di chi sta dietro i contendenti, che si cominci a ragionare seriamente trovando il compromesso senza il quale quella guerra non finirà certamente presto rischiando di travolgere tutto e tutti.
Vale davvero la pena di provarci.

Docbrino