Veleni della Caffaro, condannati a Brescia i vertici dell’azienda
Nel pomeriggio del 16 dicembre dopo un procedimento durato anni, i giudici di Brescia hanno pronunciato la sentenza nel proceso che vedeva alla sbarra i vertici dell’azienda: Caffaro che come è noto pur avendo sede in Lombardia ha compiuto parte dei misfatti ambientali anche in Friuli. Pene lievi quelle inflitte, due anni anni a Antonio Todisco e Alessandro Quadrelli, 1 anno e 9 mesi per Alessandro Francesconi e 1 anno e 2 mesi per Vitantonio Balacco, e come da prassi pene sospese per tutti. Accolte in sostanze le richieste dell’accusa ma con pene minori con la Procura che aveva parlato di «Gravi condotte omissive» e le difese che facevano muro sostenendo da un lato, che non vi fosse alcuna prova certa, e dall’altro che si trattava di inquinamento datato. Insomma siamo nel solco che “Gesù è morto di freddo e che comunque la crocifissione era avvenuta secoli fa”.
Riconosciuta dai giudici anche la responsabilità amministrativa della Caffaro che, in veste di società, è stata condannata a versare seicento quote da 260 euro ciascuna, per un valore di 156mila euro . Non solo: il Tribunale ha disposto la confisca del «profitto di reato», pari a 4 milioni 612 mila euro, sempre in capo all’azienda. Somma che, però, la stessa ha già investito (dopo il dissequestro in fase di indagini) per provvedere alla messa in sicurezza di impianti.
Proprio per gli investimenti milionari sostenuti negli ultimi anni, (parliamo sempre del bresciano) lo stesso Pm aveva chiesto al Tribunale di concedere agli indagati l’attenuante speciale del ravvedimento operoso. Prima, aveva definito il caso Caffaro «uno degli esempi più emblematici di ricerca del profitto a discapito dell’ambiente»: nonostante le tante disposizioni — ministeriali e amministrative — e gli obblighi sottoscritti con l’acquisizione del sito nel 2011, gli imputati non avrebbero arginato l’inquinamento già in essere, da cromo esavalente e Pcb, ma anzi, lo avrebbero reso attuale a causa di impianti e cisterne già deteriorati mai adeguati, serbatoi in pessime condizioni e una barriera idraulica dalle prestazioni «insufficienti» per salvare la falda dai veleni: anzi, ne avrebbe favorito la propagazione (soprattutto in relazione al Pbb) per decine di chilometri. «Allarmanti», per chi indaga, le «criticità ambientali» riscontrate: il sequestro del sito scattò il 9 febbraio del 2021. Nel 2019, Arpa aveva rilevato «un aumento di valori anomali di cromo in falda, che non ne rispecchiavano il naturale andamento». Per l’accusa la risposta è solo una: «una nuova sorgente inquinante attiva».
In ogni caso la sentenza viene considerata storica in quanto in questo caso si è rotto quel muro che spesso vede i reati ambientali finire nel dimenticatoio o nella tagliola delle prescrizioni pilotate. Fatto secondo il procuratore di Brescia di particolare rilevanza, che in questo caso si configura uno dei rari casi di concreta applicazione del principio comunitario del “chi inquina paga”. Caso come sappiamo rarissimo, anche nelle vicende Caffaro. In genere a provvedere al risanamento ambientale non sono quelli che hanno inquinato e che con le lor condotte hanno accumulato fortune milionarie, ma lo Stato nelle sue vari articolazioni.




