Fisco: le grandi imprese evadono 16 volte in più delle piccole o dei liberi professionisti. Altro che moneta elettronica

E’ sempre interessante leggere le analisi della Cgia di Mestre, l’istituto di ricerca e documentazione degli artigiani Veneti. Ovviamente bisogna sempre tenere presente un possibile conflitto di interessi di categoria, visto che l’interpretazione dei numeri non sempre è una scienza esatta. Resta tuttavia un’interessante e spesso affidabile fonte di informazioni. E’ questo il caso dell’ultima analisi sul tema dell’evasione fiscale spina nel fianco del Paese ma che viene spesso evocata come causa di tutti i mali e panacea di tutti i mali nella sua possibile emersione. Diciamo subito che l’idea che questa si possa sconfiggere sul serio fornendo di moneta elettronica il popolo italico è davvero ridicola, perchè non è certo nella mancata emissione di qualche scontrino o ricevuta fiscale che si annida la grande evasione fiscale.   La Cgia ci racconta che a seguito dell’attività di accertamento svolta lo scorso anno sulle attività economiche dalla Agenzia delle Entrate emerge come la maggiore imposta media accertata per ogni singola grande azienda sia pari a poco più di 1 milione di euro, per la media impresa di 365.111 euro e per la piccola di 63.606 euro. In altre parole spiegano gli analisti di Mestre, l’entità dell’evasione contestata alle grandi imprese è risultata essere 16 volte superiore a quella delle piccole aziende e dei lavoratori autonomi (nel 2017 era stata pari a 18). E in tutti questi casi non si risolverebbe nulla con la moneta elettronica.  “Questi dati, spiega il coordinatore dell’Ufficio studi Paolo Zabeo, ci dicono che la potenziale dimensione dell’infedeltà fiscale delle grandi aziende è enormemente superiore a quella delle piccole. Ovviamente, nessuno di noi auspica che il Paese si trasformi in uno Stato di polizia tributaria; tuttavia, una maggiore attenzione verso questi soggetti sarebbe auspicabile, visto che le modalità di evasione delle holding non è ascrivibile alla mancata emissione di scontrini o ricevute, bensì al ricorso alle frodi doganali, alle frodi carosello, alle operazioni estero su estero e alle compensazioni”. Tutto vero anche se in verità manca un dato che è quello quantitativo, non dell’evaso, ma del numero di evasori o presunti tali che va da se sia superiore in numero assoluto  nelle piccole e medie aziende per il fatto banale che queste sono molte di più. Facendo insomma un analisi di tipo “culturale” quello che emerge è che la propensione all’evasione è fattore comune e trasversale, anche se in molti casi l’evasione dei piccoli è spesso di “sopravvivenza” e non di aumento illecito del profitto. Di questo elemento  in qualche modo si dovrebbe tener conto. Fatte queste considerazioni e aggiunto che non si può prescindere dal fatto che la pressione fiscale e contributiva sia enorme, tanto da compromettere la competività sui mercati esteri, il quadro  in termine di “fedeltà” non è certo consolante anche se giustificato, almeno in parte dal fatto  che ad essere infedele nei confronti del cittadino è per prima la pubblica amministrazione e l’erogazione dei servizi. Aggiungiamo che vi sono  categorie, lavoratori dipendenti e pensionati, che la tassazione la subiscono tutta e senza possibilità di sconti legali o illegali che siano Insomma che il fisco sia iniquo non è una opinione è un fatto. Del resto secondo le stime del Ministero dell’Economia e delle Finanze (dichiarazioni dei redditi 2018), i piccoli imprenditori e i lavoratori autonomi sono circa 5 milioni, le medie imprese quasi 56.000 e le grandi imprese poco più di 5.300. Partiamo con il dire che quest’ultime non verranno nemmeno sfiorate dalle misure di contrasto all’utilizzo del contante che il Governo metterà a punto nelle prossime settimane. In linea generale infatti, sottolineano dall’Ufficio studi della CGIA, l’accertamento fiscale scatta quando i dati forniti dal contribuente (in questo caso le aziende) sono diversi rispetto a quelli in possesso dall’Amministrazione finanziaria. Quest’ultima, infatti, si attiva quando ritiene che l’impresa, ad esempio, abbia sottostimato il reddito o abbia usufruito di detrazioni/deduzioni non dovute.
Ovviamente, la maggiore imposta accertata non si trasforma sic et simpliciter in gettito per l’Erario. A seguito della richiesta di chiarimenti da parte del fisco, le aziende possono ravvedersi, contrattare la loro posizione con l’Agenzia delle Entrate o ricorrere alla giustizia tributaria, intraprendendo un contenzioso con il fisco che potrebbe interessare i tre gradi di giudizio.
Tornando ai dati relativi agli accertamenti fiscali eseguiti l’anno scorso, scrive sempre Cgia, emerge che il numero degli stessi eseguiti sulle piccole
imprese e i lavoratori autonomi sia di poco superiore a 140 mila (8,9 miliardi di maggiore imposta accertata), quelli che hanno interessato le medie imprese sono stati quasi 10 mila (3,6 miliardi di accertato), mentre le grandi imprese chiamate a giustificarsi di fronte al fisco sono state oltre 2.200 (2,4 miliardi di accertato). Tuttavia, se rapportiamo il numero di queste operazioni sul totale delle imprese presenti in ogni singola tipologia dimensionale,
registriamo che l’attività del fisco ha interessato il 3 per cento dei piccoli, il 14 per cento dei medi e il 32 per centro dei grandi imprenditori. Pertanto, essendoci tantissime piccole e micro imprese e poche medie e grandi imprese, parrebbe più sensato rafforzare l’attività accertativa sui piccoli, anziché sugli altri. In realtà non è esattamente così, infatti anche se l’attività accertativa su una piccola impresa è più semplice, richiede meno tempo, meno costi ed un numero più contenuto di personale rispetto alle risorse e allo sforzo che si devono impiegare quando si controlla una media e grande impresa il risultato economico per l’Erario è immensamente inferiore. Infatti gli importi della maggiore imposta accertata proazienda dimostrano che per le casse del fisco sembrerebbe più conveniente concentrare l’azione di contrasto all’evasione presso le realtà produttive di media e grande dimensione. Sebbene per la macchina del fisco sia molto più impegnativo relazionarsi con questi ultimi, in termini economici non c’è raffronto: i dati degli ultimi 2 anni
dimostrano come la dimensione potenziale dell’imposta recuperabile sia, come riportato più sopra, di oltre 1 milione per ogni singola
grande impresa, attorno ai 350 mila euro per ogni media impresa e di soli 64 mila euro circa per piccoli e lavoratori autonomi. La Cgia poi ci ricorda che secondo i dati delle dichiarazioni dei redditi relativi al 2018, il reddito medio dichiarato delle persone fisiche (ditte individuali e lavoratori autonomi) è stato di 25.290 euro, quello delle società di persone (Snc, Sas, Ss, etc.) 34.260 euro e quello delle società di capitali (Spa, Srl, Sapa, etc.) solo 34.670 euro. Un dato, quest’ultimo, condizionato al ribasso, allorché poco meno del 40 cento del totale delle società di capitali registra un reddito in perdita o in pareggio. Insomma parlare di evasione fiscale non è materia semplificabile, come non sono semplificabili le ricette per contrastarla. L’idea di “pagare meno per pagare tutti” infatti, anche se affascinante cozza infatti con i dati, se infatti per alcuni piccoli imprenditori potrebbe davvero fare la differenza per la stessa sopravvivenza, non così per le medie e soprattutto grandi aziende , dove il tema dell’evasione non è legata al proprio mantenimento in vita, ma alla “necessità” di fare profitti che di per se non è certo un male, a patto che questi siano legittimi nei confronti dello Stato e dello stesso “mercato”, perchè una evasione milionaria crea una concorrenza sleale che con effetto domino provoca storture di mercato e probabilmente ulteriore evasione fiscale. Un carosello difficile da smantellare.

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